mayoor

Questo blog è il mio taccuino personale, lo uso infatti per appuntare poesie che poi modificherò immancabilmente. Quindi siete avvertiti: quel che leggete oggi domani potrebbe essere diverso, o non esserci affatto.

Ballerine.

ballerina
I.
Del pianista non si hanno notizie.
Vestiva sempre di nero, a volte una camicia bianca.
Aveva mani delicate.
Perso in panoramiche di colline francesi e sigle televisive.
Al villaggio, prima di arrivare a Bourges,
tra i mezzitoni del pomeriggio e Les Feuilles mortes.
Ma le sedie del bistrò sulla via erano deserte.
Alcuni paesani giocavano a bocce.
E io devo struccarmi.
II.
Non c’è gran differenza tra camminare e danzare.
L’autotrasporto conduce al bosco dove scure ballerine
si lasciano suonare da flauti di Pan.  Eppure
è musica romantica, quasi gardenia. L’umido sesso
fiorito in notturni abbandoni. Mai musica dentro
mi fece sentire così. Come sul palcoscenico una vedova
alle proprie nozze. Quel che si perde sempre ritorna.
Reggendo una tazza di tè al gelsomino.
III.
Senza più musica sul vimini della chaise long.
– Il nuovo repertorio sa di frutta, amarene glassate
e sangue di gente fucilata. Senza rappresentazione
mi toccherà morire per davvero. Con questa foglia
di mentuccia dentro la tasca.
Presto il cielo azzurro farà da sfondo. Inizieranno
le parole il loro tour, di fianco a diapositive sorridenti.
Sul mare tranquillo vola bianca una breve storia.
Ora provo i cento modi per uscire di casa.
Senza le scarpe.

Tre Chiese.

tre
I.
Qui non ci sono montagne. Nel buio cinematografico
le carnagioni risplendono disegnate, più scure del reale
più fascinose. Solo, nella luce gialla nuota piccolo Dio
pescechiaro, il senza porte e finestre, colui che accende
pensieri liquidi: infinita stanza d’affitto, piano terra.
Scenografia di giardinetti, non si contano i profili di luna
sui tabernacoli. Interi palazzi illuminati da candele.
Un grande silenzio segue la burrasca dei pensieri diurni!
Passi tra le onde degli alberi. Vibrazioni in sotterranea.
Ovunque numeri.
II.
Indossa grandi occhiali scuri, la montatura massiccia.
E’ sempre voltato di spalle, guarda sempre altrove.
La sua giacca beige da mezzo busto sfuma in basso
dove son trasparenti le cose che passano. Sulle ombre
cadono biglietti d’appunti: grafici, annotazioni di fisica.
Risposte. L’incenso nel vento si fa sentire alle tempie,
occhi naso e bocca fuoriescono muti. Verità severe
come alte finestre tra colonne, trasmettono marine
e scritte. E’ il suo turno, tossisce, si guarda le mani.
Le unghie.
III.
Il bacio sa di te. L’ho imparato a memoria. Possiamo
guardarci i profili. Restare assorti, come fossimo in coda
davanti a due uffici diversi. Ma non c’è nessuno davanti,
nessuno oltre noi. Il palazzo celeste in fondo al viale
indica il sottosuolo, il pianeta che avvertiamo sotto le scarpe.
Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.
Sssssh! Fai silenzio. Labbra sporte e borsetta sottobraccio.
Tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.
Poi siamo soli. Volta pagina. La tua voce nei pensieri
canta.

 

Mirò.

Mir
La donna nel portico seduta
sfalda un vecchio maglione.
Ne ricava diversi gomitoli,
che 
serviranno poi, quando
coi ferri aggiusterà la maglia
per rifarla più bella di prima.
E’ il pomeriggio 
un’entità misteriosa,
amica di gatti, cesti di verdura
e galline appese con la testa infilata
nel cassetto 
del grande tavolo
da lavoro. Voci e sospiri.
Qualche pensiero 
svagato
nel tempo suo, qualche faccia
e molto sfondo, 
non come ritratto
ma come storia che si racconta.

Un bimbo di due anni
seduto su uno sgabello di legno
– che chissà quanti ne ha visti
di bambini prima di lui –
raccoglie uno a uno i fili di lana
che cascano dalla sottana
della madre intenta al suo lavoro.
Con un pezzo di filo
si fan le orecchie 
e il naso,
con quello più lungo un braccialetto.
La madre osserva, le vien da ridere:
mai visto
un bambino tanto quieto
come questo mio. Ma si trattiene,
non vuole interrompere
quel gioco con parole o baci
– 
che lui nemmeno gradirebbe – .
Ma ecco che il piccolo 
alza due fili
attorcigliati, due fili con la coda.
Ecco, mamma, 
questo è Mirò.

Un mazzo di chiavi
e qualche moneta in concerto.
Qualcuno di fretta vuol percorrere
distanze intergalattiche.
Mentre il viaggio va da sé,
negli atomi del bicchiere
una sfera di silenzio raccoglie
i riflessi di luce che arrivano
dal finestrino.
Sembra di stare tra le nubi,
in Germania. Lo si capisce
dal ferro che si respira. 

 

L’avvertimento.

mucca

Angelo non vede e non sente.
Quando la morte si avvicina
e la terra sa di stelle, i pirati
escono allo scoperto. Fanta-
smi o non fantasmi, lui ci parla
e combina affari. Questi se ne
vanno. – Ma torneranno. Prima
che accada dovremo cambiarci
d’abito. Non si sta sulla riva
al fiume pensandoci sull’isola
(del tesoro). Ormai ho una certa
età. E siccome mi tocca di essere
ancora vivo, bisogna che mi riac-
cenda (scintille dei ginocchi)
prima che sia notte, musica,
e prima di finire al pianeta dei
vivi ricordi. Silenzio di capezzale.
Angelo, che nome sottile il tuo.
Non cancellato. D’auto sportiva.

Poi passarono senza fretta due
vacche bianche. Una si voltò
e disse: «Il fegato arriva subito»

Philip Dick non sa scrivere poesie.

«Se ti fai da parte chiunque potrebbe entrare. E’ un gioco
da ragazzi»
Che entrino. Io, come in una svenevole commedia in bianco
e nero, mi tengo aggrappato al tronco di un giovane albero.
Il cielo, le nuvole dipinte sul grigio fondale. Una gran voglia
di martirio. Come volersi nascondere dalla morte.
La tirannia del governo terrestre non concede tregua.
Le scialuppe di salvataggio straripano di persone
supplicanti (…), mentre dovrebbero essere i ricchi del mondo
a supplicare dicendo: sono io ad avere bisogno di te!

Si chiude una finestra muta. Fa sorridere il pavimento, la posa
di tante mattonelle. Meditazione carceraria. Soli nell’universo
e tra le pareti di casa. L’uomo in camicia azzurra,
uscito dalla terra dei morti, come la chiamano in cielo,
si guarda attorno. Annusa il tempo. Dice che serviranno anni.
Intanto si è fatto biondo.
– S’intona con l’azzurro della camicia. Bisogna pure che io abbia
un aspetto se dobbiamo parlarci. Sei giù di morale, molto sulle tue…
E’ che sono costretto a credere nelle loro illusioni. Philip, ma
sei tu?

I due si abbracciano. Per un istante si dimenticano di stare
a 2.500 anni luce dalla costellazione Andromeda.
– Pare che oltre la stratosfera sia pieno di ragazze.
– Voi americani scherzate sempre. E’ quel che ci fan credere.
– I governi terresti sono inadeguati. Manca uno sguardo dall’alto.
– E che fa adesso Michelangelo?
– Scrive poesie. Dice che questo potrebbe essere il mestiere
del futuro.

(da rivedere)

Esco, vado in poesia.

Il sole ha finito di splendere. D’improvviso ma lentamente
le opere d’arte si riempiono di buchi. Vedi lo stato di abbandono.
Dovunque, alberi che non danno colore.

Nella seconda strofa un topo all’acetilene precipita dalla grondaia
dentro un catino pieno di semi di oleandro. Le anatre in coro
quelle che abitano al piano di sopra aprono il becco: cos’è stato
cos’è stato?