mayoor

Dragon – cm. 75 x 20 inchiostro su legno. Agosto 2016

Shampoo.

Non tema: le parole sono calchi.
Le faccio l’impronta.
Non dica niente. Non pensi.
E comunque non ha importanza.
Non ho schiere di poeti che lavorino per me.
Deve adattarsi.
E, mi scusi, so che ha un lombrico autentico nel cervello.
Se vuole ne faremo… sì, ci penso da tempo:
una fontana ai suoi ultimi zampilli.
Aria in risacca; ma per tutta la sua famiglia:
i ragazzi tornano da scuola e non c’è da mangiare;
voi, lei e sua moglie, siete usciti; qualcuno o qualcosa
vi ha lanciati nel buco nero di una galassia.
Insomma, non siete mai esistiti. Non si sa
come siate nati, se dal fango o dal suono di un’ocarina.
Nel lontano 1950.

Corpo e vestiti di disperazione
come se avvolti nella resina di un’intera pineta.
Non potrà togliersela dalle dita
– dita 2013, 2018, 2020:
mani  nel sesso di donna-donne o quel che le pare.
Bosco di nomi, alberi di silicone.
E’ quel che fan tutti: tanti sorrisi, silicone e gne-gnè.
Io? Guardi che a me piace farlo nel letto.
Mi sono anche innamorato, una volta
… strana luce.
Ho una crema, tenga. S’impiastricci le faccia.
E’orrore che avvicina la morte: sia che si tratti
di un perdersi nel sole, o chissà in quale altra comunità.
Poi mi dirà
se non sia la morte a temere la vita.

(da rivedere)
20 set

Come Chagall.

marc

Sì, è possibile che in futuro lasceremo che l’erba cresca liberamente
senza troppe manie di bellezza e ordine.

Nei libri di storia scorreranno immagini di noi.
Acrobazie e volteggi di un biplano rosso nel blu.

Qualcuno dirà sorridendo:
“A quel tempo, ogni famiglia possedeva un televisore a colori”

Atterrerò in un campo da calcio
dentro il vestito bianco di un uomo trasportato dal pensiero.

Tutti molto gentili.

Sì, ascolteremo molta meno musica.

Molte cose non avranno nome, le riconosceremo dal colore.

Chagall saprebbe come sottrarsi alla folla
una volta fuori dall’ascensore.

E prendere per mano chi ci sta sorridendo.

L’albergo spezzato.

Dieci poeti scriveranno per Lui. Il tema comune a tutti
sarà “l’albergo spezzato”.
Tre partiranno in avanscoperta.
Prenderanno le misure al giorno, annoteranno, conteranno
i propri giocattoli.
Mamma è fuori, il gusto salato della sua pelle.
Di quando li strattonava per portarli a scuola.
Altri divagheranno, metteranno le mani nelle parole,
perderanno tempo.
Chissà se mai arriveranno; se il loro sangue
scorrerà tra siepi di ligustro, lungo sentieri e sterrate.
Infiammeranno il paesaggio, saranno voci lontane,
di qualcuno.

Dieci poeti al piano terra, cento scale musicali.
S’apre il sipario:
Lui scende ciabattando, va direttamente al monitor,
c’insacca quel che resta dei sogni notturni.
Mette becchime alla gravità, s’accende una sigaretta.
Lui è il pezzo mancante.
Due braccialetti di Schoenberg.
Ancora sott’acqua:
– Avete parole?
Lui ne prende tre, le accosta ma gli viene da immaginare.
E non va bene. Meglio una scheggia al piede,
suolo e sassolini smossi dai sandali; un cinguettar di cielo,
di rondini e ricordi compressi.
Cento metri in dieci centimetri.
Quasi un’istantanea.

Ma l’albergo non è una metafora:
la sua faccia è di creta, le braccia alate, come in croce.
Una voce lontana par che dica un nome,
gli altri ridono.
Nell’aria fugge l’anima di un coniglio arrostito.
Precipita il mezzogiorno – speriamo bene!
Tra un accoppiamento e l’altro, Lui senza scarpe
entra nella borsetta della mamma che andava di fretta.
Una rondine in tasca.
Sì, tutto questo ha senso! Ora l’albergo spezzato
ha un petto, finalmente.
Vediamo che altro. Possibile che siano sempre in quell’ora?

Lui:
– ho una cornamusa, un fischietto da marinaio,
due articoli di cronaca.
Un commento favorevole da mettere nel vaso da fiori,
ancora fresco.
Il freddo sale dalla cantina,
disegna le gambe ma le spezza in tre punti.
Da una ferita escono disordinati pois.
Non si può fare affidamento
su piedi che reggono colando nell’indefinito una costruzione
di mattoni e pietre del duecento.
Serve una riga d’orizzonte.
Una piccola invenzione.

Bella.

L’uomo ama comandando
anche a se stesso.

La sua mente si attiva
camminando.

– Tra le cose si sta splendidamente.
Ma fossero meno si starebbe meglio.

Ho scritto rincantucciato vicino alla stilografica
di un merlo che abitava qui prima di morir di fame.
E di una donna che presa dall’ira se n’era andata.

Mentre sbatte la porta, una due cento volte.
Tutte quelle volte.

Ci ho messo una pietra.

Fuori di casa è molto più bella.

Formalità.

La rima sa di pioggia e tarantella.
I Simbolisti erano tutta carta, fuoco e fiabe.
Le poesie di Pound ed Eliot, le poesie degli imagisti,
sapevano di rotativa. Ingranaggi e stantuffi,
erano macchinari. Il nostro Montale si fece
telescrivente. Lo sperimentalismo italiano
non arrivò a mettersi le scarpe strette degli sms.

Oggi le strade sono piene di segnaletiche.
Walk, don’t walk. Passi, punteggiature e prenotazioni
rendono visibile l’assente, il delirio che da sempre
trasforma la ragione. Anche se non andrebbe detto,
per via del selfie, ogni sguardo è metafora.
Nella scrittura a scacchi saremmo tutti regine e re.
– E chi s’è visto, s’è visto – direbbe il mio gatto
che è un animale crudele.

Boom Shankar.

Il grammofono in testa
governa la tigre di un istante fuggito
dal rimorchio di un tetto estivo tutto colore.
Beandosi in frasi di circostanza
la cupola ragionante di Dio
dice a tutti quel che mi rimane in tasca.
Il mondo compatto
simile a una sfera di piombo riluce
dentro le tasche di me che sarei
nobildonna. Chiederò in prestito
una bicicletta.  A un uomo per bene
è concesso d’essere Antoinette; lontano
mille miglia dal rapporto sensuale
con qualsiasi pesca di stagione;
anche la più bella e buona
se non sa di morire. A stento m’arrischio
sul dare e avere di un animale
da giardino; figuriamoci un matrimonio
tra soprammobili. Sfere di carbonio, acciaio
e altre scempiaggini. L’universo
esce di sera, dà una leccata
alle sue divinità, poi s’acceca nel giorno pieno
ed è l’oblio. L’effetto è strabiliante.

pep