mayoor

Se posso dare una mano all'umanità, lo faccio volentieri.

Scusa.

Scusa, papà. Se l’intelligence nonché i polpastrelli
sanno di nostalgiche, remote. Vicini di palazzo e caccole.

È’ l’ar-r-rimmetica: da qui a qui, nel sottoscala. Prendimi!
Un serpente mangia l’altro. Prima di sera ti avrò finito.

Tutti i pensieri fatti e quelli ancora da fare, in un batter d’occhi;
reumatismi permettendo, poca plastica attorno. Tesserini.

«Di dove, se posso?» 

«Di Daytona, Florida. Siamo gemelle, in tutto per tutto». 
«Se cadono le lampade, non si spaventi».

Scritta per l’esercito della salvezza, un giovedì. Come
per tirare le cuoia. Levarsi di torno giubilo e carezze. Via!

Bandiere nella  stratosfera, mosse dall’universo che inspirando
manda al centro dei polmoni lo sketch divertente

di un pappagallo che avrebbe voluto saper scrivere
le parole che ripeteva. Così da poterle sbocconcellare… 

Oggi, eletto il nuovo Presidente del Consiglio Mario Draghi.

La domanda per i politici: con chi di voi vorrò sognare? 
Con chi, con-cong? Poi cadde la serranda. Eravamo nei paesi al sud.

Da lì, ancora più in basso, giù giù verso l’inferno. La merda. 
Come sott’acqua, poi risalire. Stato d’animo: cavallette a riposo.

A Palazzo Chigi s’avverte negli arredi l’usato. L’usato Presidente,
le usate penne per le firme, la mani usate, il fantasma del tempo.

Una ranocchia. Plop! E anche questa è fatta. 

Il ventriloquo. Racconto kitchen.

Un’ombra ci osservava da tempo, al coffee shop. Ombra di lunghi baffi e orecchie a punta. Disse «Siete italiani? Ho visto che mischiate l’erba col tabacco…». 

«Sì, e non mi vengono mai abbastanza. Abbastanza bene. Dipende dall’atmosfera che riescono a stabilire nell’inesperienza tutte le discordanze nel fare presto e bene ogni cosa». 

«Sa, abbiamo confezionato per Natale diversi sortilegi, tutti con cartine messe per traverso. Un castello. Però mancava  il ricordo di quella volta che la vita sembrò perfetta. Quindi cade tutto». 

Sapeva ascoltare, capì perfettamente. Non sembrava interessato a fare affari con polli stranieri e novizi del bel pensiero in sé. Aveva tempo da perdere.  Piegò le ginocchia, si appoggiò al muro. 

Poi diede fuoco alla plastica dell’accendino; spense e si mise a grattare la parte bruciata sul tavolino; ne ricavò un mucchietto, ci mischiò dell’erba e arrotolò. Per tutti fu come si stesse parlando. 

Forte, pensando, gli dissi. Lo stato naturale delle cose. Quattro dita sul tavolo, le altre a tirare dal filtro quel non si sa che accadrà, mentre accade  diversamente. «Di dove, in Italia?»

Campi, fossati. Cani lasciati in libertà. Nessun fantasma. Il cielo è un fantasma! Ti guarda. Fosse Dio, abiterebbe in quei posti. Dio vasto trenta, quaranta chilometri. Si sposta in fretta. Ma a volte non c’è.

Notte tracciata da perpendicolari, tempo e luce con materia. Ti sposti di un secondo e tutto cessa di esistere.  

Poesia.

Poesia è l’effetto prodotto dallo scritto in chi legge.
Quando nasce sembra altro; come rimettere le cose a posto,

oppure seguire uno spartito fuori dal pentagramma.
E lì immaginare un suono, lì un cavolo giapponese. 

Frontespizio.

Cacca, ti guardo io. 
Sconfinamenti indiani, puzzole. 
Se questo è un libro.

Distici.

Le poesie di mezzogiorno non sanno quel che dicono.
Quelle di notte vagano tra le ore cinque e le trentasei.

«Una stanca primavera…» disse in un sospiro vecchio
di cantina, dove rallentano la vita i topi, le museruole.

Oggi di stanca pascoliana. Beatrice, mia diletta.  
Contiamo i giorni, da qui all’ultimo treno.