mayoor

Instant poetry.

Kitchen prose.

Le camere a disposizione erano tre, una per ciascuno dei ribelli
a cui non doveva bastare la coppia in quanto non  mestieranti 
del matrimonio: mangiare insieme, uscire insieme darsi malati.

Per averti qui. E non sono io no sei tu. Perché ti usa il malessere 
di non averti accanto, quando o ci sei o muoio; perché di sola vita
viviamo; né tu né io; con lo sportivo a letto, diviso due, come si fa
quando ci si vuole accaparrare il lenzuolo.  

E quindi è un’orgia di quelle dove nessuno tocca; ma, anzi, 
siamo qui per caso di due che sono nati per cavarsela al mondo. 
Secondo modo di dire.

E prendila questa carezza sul molo: 
è Portofino, il losco che parla nei capelli neanche fosse domani
e tutto si sistema. In questo ragguaglio venirne fuori con parole ozio
e: diamoci alla più bella estate del mondo.

Diamoci un sospiro. Emozioniamoci a distanza di scarabocchi
sul viso; poi cancellare “romantica” nello scrittore: come pochi 
capace di allegre e pregnanti atmosfere, da cavò degli aggettivi.

Bella mia. 

D’amore.

Ti penso ogni volta che accendo la radio.
Il rumore delle tue calzature. Gambetta, nasona.

Non mi pare di voler dire altro. Piuttosto, come
saranno le spiagge quest’anno? 

Tutti morti. Anche Draghi. E il resto. Ma meglio
non vederci più. 

Appunto.

Termolatex è il tuo migliore alleato.
L’ombra di un eschimese da trasporto, finto latte.

Intervallo. 
Dammi la mano e sorridi. Senza.

Bucaneve e tre tovaglioli. L’apripista. 
Da Gennaro, con l’abitudine di dire Buona sera. 

Tramonto sul Po.

3 distici (sono mammelle distese al sole).

Le cose non sanno di essere. Chi le osserva non sa di essere:
Fantomas, l’uomo delle meraviglie in carta fumo.  Il Deo-dor!

Esci di casa, una buona volta! Prendi tu le redini, inchioda al bosco
ogni tua promessa. Noi verremo a trovarti.  

«Non-va-bene» disse la maestra nell’argomentare una sberla
con lo sguardo feroce di gazzella morta dal ridere. In faccia al cielo.

Il cane di prima.

Ora scrivo qualcosa sul posto occupato dalla sedia.
Del davanzale ormai sappiamo tutto. 

“Non può finire qui, abbiamo cavalieri da esaminare.
Tre caviglie e un piede sospeso. Il fiato del cane. 
Giocano a Un metro per due e Telegiornale al tatto”. 

Pubblico se mi prende un gigante sule spalle. 
Sono Black, il cane di prima.

In qualche modo.

“Se non svengo stiro. Se stiro in più di un’occasione persa, 

allora ditemi il giorno che mi faccio trovare nella spazzatura”. 

È un parlare tra sé. Domani mattina fare visita di beneficenza al bar. 

Svendono copriletti; darsi piano alla galanteria. Specie di rantolo.