mayoor

Questo blog è il mio taccuino personale, lo uso infatti per appuntare poesie che poi modificherò immancabilmente. Quindi siete avvertiti: quel che leggete oggi domani potrebbe essere diverso, o non esserci affatto.

Descrizione:

Un pupazzo di neve giunto dalla Norvegia
sta impazzendo di caldo sulla piazza circondata da rondini.

Nel vicolo, una stella di molti triangoli tocca le persone sul cuore.
Sgorga una fontanella di sangue mentre non passa nessuno.

Le rose non possono farci niente.
Morire e vivere sono pensieri. Soltanto pensieri.

Prima che faccia notte avrò terminato il tabacco.
Qualcuno è stato qui! Il primo fantasma umano

in grado di indossare scarpe e maglia.
Il fantasma è ben visibile tra gli occhi.

Un cane attraversa la distanza. E se ne dimentica.
Il tempo sfreccia sulla via.

Sul bordo gli sterpi si sono dati adunanza.
Dev’essere ora di cena.

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Bungee jumping.

Il vento passava molto sotto, dove scorreva il torrente
nella valle più grande che si possa immaginare.

Una sorta di miracolo trovarsi sul letto d’ospedale
libero di poter rivedere la scuola delle elementari.
Tutte le ragazze a cui aveva guardato tra le gambe.
Il sorriso di meraviglia che gli venne nel parco di un’ospedale.
Il passero verdone e il muso del gatto.

Vista lasciata a se stessa, sul sasso che continua a vivere
indisturbato. Gli è piovuto addosso il tesoro dei pirati.
Fiorini d’oro e lanterne magiche.

Love in Venice.

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Sto pensando a una bionda cinquantenne
snella e molto simpatica.

Una pericolosa poesia d’amore col collarino
delle dipendenze. Amore come sotterfugio.

Foglie su foglie l’autunno. Tanti capelli sollevati
in fronte. Innamorarsi sul marciapiede rende invisibile
l’indecenza.

A fine corsa l’amore smette di scegliere.

Vieni, balliamo sulla pista con un verso. Scivoliamo.
Ti tengo io per i capelli e la mano. Làsciati tentare

dall’improvviso non capire, cos’era quello sfioramento
e perché. Ti tengo io per le gambe. Decido io

dove salutarci. In un bar a Venezia prima che ci incontrassimo.
Ho piena mancanza per te.

Angel.

– Angelovunque, Ange, MT… e solo numeri?
Non possiedo un codice per poter comunicare anch’io?
– No. Sei stato abbandonato a te stesso.

Una piccola scena umana: loro due al cinema.
Come in una vecchia fotografia degli anni ottanta,
mentre guardano il film genere Ritorno al futuro.

Appollaiato sul punteruolo dell’Empire State Building
Angel si sta mordendo le dita a causa di un pensiero troppo umano
– di nessuna preoccupazione ma irrisolvibile perché inesistente:
AngelDT… poi, solo numeri?

Dietro di lui, il sole, non più divino, fatica a trasparire dalla nebbia.
Nel sottobraccio dell’angelo, come una parola troppo a lungo trattenuta
reclina il capo. I suoi capelli fiammanti, di ragazzo. E si copre gli occhi.

(Angel non può scendere in platea, se non attraverso la luce dello schermo.
Appartiene all’irrealtà. La quale però ha già fatto grandi passi per avvicinarsi
al suolo. In forma di luce voglio dire. Corrente elettrica)

Dei due che stavano in sala: lei ora vive in Guadalupe, divenuta bravissima imprenditrice grazie alla spiccata propensione a mostrarsi suora mancata.
Lui bazzica ben al disotto della soglia di povertà.

AngeMT era l’unica cosa bella. Fulgente. La bacchetta magica che ferma il tempo.

Profondo Atlantico.

Abitavo presso una stella sul canale destro. Destro. Non cercare, non c’è nulla da cercare. Qui. Il musicante chiude il violino nella custodia. Il pagliaccio è già seduto tra di noi. Sfinito. Sophia dorme sotto il tavolo. Rassegnata. IL MARTINI S’ANNACQUA!!! Ho abitato anche in un garage. Ma fu inutile. L’eremo, questo insieme di occhi, non è mai esistito. SPIEGA, SPIEGA… nemmeno sul più alto grattacielo, perché oltre si cade e si cade. Quindi: quanto devo? Una poesia che metta buon umore? Cane Pistillo era il nome bizzarro. Quello da tenere a mente, del suo fuori strada. Noi avevamo la Cinquecento. Ed eravamo felici – essere felici significa stare al top della contentezza – Il mare spegneva le sigarette. E ora qui: come una rosa la vita sfiorisce, tanto breve è il corso degli anni, la musica sfuma nell’andirivieni del personale di servizio; ed io senza ciabatte, in un singhiozzo rido. Più il mondo mi chiama a sé, più ne vorrei fuggire. Ma non c’è luogo. Luogo non c’è. 

Psyco.

Trauma dovuto a incuria nell’essere genitori
da parte di almeno uno dei due. Mi avverta quando avrà capito
così le eviterò di compiere una strage.
Scriva poesie sul ratto del gatto o similari
in modo che la selva si sbrini e possa ritrovare il caleidoscopio
che certamente avrà smarrito tra i calzini ammassati
che stanno in vasca da bagno. Il resto me lo racconterà, se vuole
in un romanzo senza copertina. Così le farò coraggio.

D’accordo, le ho messo in testa delle turbe di carattere
sessuale. Fantasie sfrenate. Girotondi per la casa oscurata
al riparo da sguardi indiscreti, smisurate altitudini di pene e seno;
come in barca, quando qualcuno vuole fare uno scherzo.
In fondo cosa cambia? Il danno l’hanno già fatto i suoi genitori.
Spero qualcuno non caschi in questo sogno.
Consiglio incontri fugaci. Brevi relazioni, una settimana
e non di più. Ma non resti incinta.

“ la distanza da qui a Malibù è coperta di fango.
Da una pattumiera esce Zio Giovanni ( ancora con le scarpe da ballo)
Sospira, fa l’inchino, poi si raddrizza e davanti all’orizzonte 
afferma: «C’è grande differenza tra guardare e leggere»
Tutti lo prendono molto sul serio. Tranne me
perché non potendo muovere le braccia non riesco ad attrarre
l’attenzione della persona che mi sta accanto: 
– Che ha detto?”
L’inizio non è male. Le diranno che non c’è poesia.
Sapere che non c’è poesia al di fuori di lei
come la fa sentire?

In biblioteca?
Con i calzini spaiati e macchiati di sangue.