mayoor

Dragon – cm. 75 x 20 inchiostro su legno. Agosto 2016

Boom Shankar.

Il grammofono in testa
governa la tigre di un istante fuggito
dal rimorchio di un tetto estivo tutto colore.
Beandosi in frasi di circostanza
la cupola ragionante di Dio
dice a tutti quel che mi rimane in tasca.
Il mondo compatto
simile a una sfera di piombo riluce
dentro le tasche di me che sarei
nobildonna. Chiederò in prestito
una bicicletta.  A un uomo per bene
è concesso d’essere Antoinette; lontano
mille miglia dal rapporto sensuale
con qualsiasi pesca di stagione;
anche la più bella e buona
se non sa di morire. A stento m’arrischio
sul dare e avere di un animale
da giardino; figuriamoci un matrimonio
tra soprammobili. Sfere di carbonio, acciaio
e altre scempiaggini. L’universo
esce di sera, dà una leccata
alle sue divinità, poi s’acceca nel giorno pieno
ed è l’oblio. L’effetto è strabiliante.

pep

Sei.

peinture-chinoise

La casa del Sei è un disegno di finestre. La spirale
inizia dall’ammezzato; sale al primo piano, percorre
l’antibagno e scende in cucina: stile tirolese, con tendine
di juta leggera e arnesi di rame appesi come quadri.
Lui è di sopra. Si è appena alzato e sta defecando.
Lei – vestaglia bianca, ricamata, che le arriva
alle caviglie – è in giardino. Sta raccogliendo immagini.
Legge i complicati rami di un albero morto.
Esamina quel che ha di fronte, osserva i margini:
muri di varia altezza, ruderi senza ingresso e senza
prospettiva, incollati al profilo di montagne lontane;
cielo azzurro, piatto, senza nuvole. Pagina d’aria fresca,
estiva. E’ ancora presto.
Senza fermarsi, il disegno sale da sinistra
in esterno alla camera da letto (dentro è ombra
ancora calda. Lenzuola aggrovigliate e libri
sul pavimento). Il pennello scarica l’inchiostro rimasto
con un segno spuntato, graffiante ma leggero. Finché basta.
Quiete assordante di un giorno nato senz’alba.
Improvviso. Lei colta mentre ancora sta sognando.
Lui cerca di riprendersi annaspando tra i ricordi.
Affiorano volti. Due gardenie bianche. Guarda
un uccellino sul tetto della casa di fronte. Poi
chi dei due distolga lo sguardo per primo, non si sa.
Non è domenica, è giovedì.
– L’altro ieri ha piovuto. E’ stata una settimana d’inferno.
Abbiamo litigato tutto il tempo. Mi ha strappato una camicia.
– Non so cosa sei!
Nero su bianco, segno elegante, perfetto sumi-e.
– A volte litighiamo senza ragione, come piovesse.
La terra è piena di cadaveri. Ci cresce l’erba.

Quando.

Reggia di sera. Divini sguardi.
Piove. Telefona.

– Aspetta!
Attimo in surplace:
si guardano, ciascuno pensando
tra sé. Molti numeri.

Bottoni.
Tasti, luminarie. Strisce d’acqua.
Tuoni. Fa brutto presentarsi così.

Passasse qualcuno.

 

Camminando.

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Con te giocherei sempre ma, quando abbasso lo sguardo
cala sul palmo l’ombra della sera. Che tutto incenerisce.
L’elmo di questa casa subito si riempie di oscuri presagi.
Si ha percezione e diffidenza verso tutti i metalli. Ci si può
anche sentir soffocare. Si diventa fiere in cattività.

Oppure scolari di bridge e mansuete ammiraglie: qualcuno
tra i tanti Crusoe capitati sull’isola; che poi fecero propria.
Ma questa sera vale d’avvertimento al gioco: c’è sempre
un bosco scuro da attraversare e ti guarda, dall’attaccapanni.

– E’ con questo animo che pure mi sento acceso. Come
pensassi di vivere in un’abbondanza.
Oggi particolarmente: camminando nel vicolo si aprì
uno scenario mozzafiato; non c’era nuvola che non fosse
più che perfetta. Le case mi venivano incontro di buon umore.

Questo volevo dirti quando mi sono voltato
a guardarti sorridendo.

Didascalie.

Una ballerina col singhiozzo
si fece cantante. Jazz, OkReady Group.
Allora il mio cappello fumava spinelli.
E’ tutto vero. Io io – reggae! – l’amico
fidato me.

Fammi piovere dal cielo
una bella somma di denaro.
Sì, bella.
Te lo chiedo dal cuore:
non è desiderio, è puro amore
che nasce dal ventre del cetaceo che mi portò
traversando mari e oceani.
Un po’ sotto e un po’ sopra l’acqua.

Io io. Ogni tanto bisogna lasciarlo andare.
Molto americano. Un comico western,
gente che salta sugli stivali. Alla festa
un bambino vorrebbe ballare come le femmine.
Più brava di loro.
Più basso della media, ma figo.

Invece io sottoscritto qui seduto
ho la faccia a becco d’anatra. Fumando.
Due didascalie:
1.  Mentre il mare del porto cedeva alla timidezza
lui disse NO. Santa Caterina, madre del diavolo!
2. Profilassi.

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