mayoor

Dà gioia, poter pagare.

Cinque ombre (estive).

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L’amore è un legame.

L’amore è un legame. Lo sanno bene le tortorelle
di Padre Pio, che il gerundio si è perso da tempi immemorabili
tutto il piacere della vita.

Amore è il mio linguaggio, parola amata. L’anestesia
e quel che ne consegue, come ti cade un dente… e non lo puoi
rimettere. Amore che combina ( sì, baciamoci. E dunque l’Ariosto).

Amore si può dire, ma devi essere poeta in carne ed ossa.
Sul principio non ti avrei delusa. Le quattro parti mi piacevano.
E dunque. Dunque. Bisognerebbe chiudere la porta. Il cancello.

Tra le sedici e le diciassette.

Tra le sedici e le diciassette, d’improvviso il tempo si fermò.
Eravamo in quinta strada, a sinistra, sul vialetto.

Importa perché fu un abbaiare continuo. I cani del Grande
fratello e le insegne di mezzo mondo, in parte di memoria

“Un altro, è sempre un altro”. Così il tempo. Suggerisce.
E un folto me-stesso si mise all’opera

per aspettare Godot. Anche in libro di Gabriele. Altrimenti
alla spicciolata, darsi per morto. “Venghino pure”, abbiamo

forti bretelle, tra un boccone e l’altro. Un sorso di rosé.
E tutte quelle fanciulle, domenica, ai loro rispettivi

matrimoni. Sposta una coltre di nubi, allunga i piedi
sul Pacifico, concediti a una messa.

Dopo aver scritto una poesia.

Humphrey_Bogart_1940

Dopo aver scritto una poesia, provo gioia,
le piume mi si aprono, faccio la coda.

Ma con la pittura, quando l’opera è finita
provo estasi.

Ne resto soggiogato. Per questo l’ho uccisa.
Piano e meticolosamente. Un veleno alla volta.

Eppure l’estasi è rimasta. Anzi, ha iniziato a mostrarsi.
Buffi fenicotteri, atomi e particelle con la mania

del teatro. Veli che si scostano. E di nuovo loro, gli stessi.
Ma qui, tu ed io. Nella fila in fondo alla sala. Dove

migrano le spalle, sul biancomano della ripresa.
Le spalle, Marilyn. Contro luce. Un uomo di profilo

col cappello, pensa: è finita. Poi cade dal ginocchio.
Ma è buio.

(May – lug 2019)

La pergola (finale).

Il glicine. Tutte le strade sottocoperta. Quello bravo nei temi.
Che adesso fa il detenuto. Poi spacca un’alluvione

e bisogna prendere le distanze. Al riparo dei vetri: come
grandina. La signora del Po. Benvenuta in questo.

Dopodiché. Assicurato a un improvviso, decise di raccontare
ogni cosa. Senza fermarsi mai. – Il paese è ormai quasi città.

E dove vivono i morti. Senza l’aperitivo, quando non hanno
da pagare. L’impazienza della ragione.

Una grande città. Volta del cielo.

Se questa è merce.

– Da “Tanto gentil e tanto onesta pare”. Di Dante Alighieri, dal libro “Vita nova”.

 

Il pensiero di Aristotele in un battibaleno. Le formiche copernicane su per le gambe
«Non si può stare tranquilli».

«Avevo un vestitino rosso, più corto di questo». E quella donna, come Lui la descrisse. «Prima di Vogue». Tanto bella che Botticelli. « Sì, ma».

«Non scriveva tanto bene. Per l’epoca. Lo faceva apposta».
«Metteva gran voglia, anche alle brutte, di sentirsi belle».

Perché non mostrarla all’Istituto del Rimodernaggio: due che giocano a briscola,
con fuori le giarrettiere. Pronti a farsi di ogni parola che capita.

Così hanno sentenziato:

Tanto gentil e tanto onesta pare
la donna mia

quand’ella altrui saluta, ch’ogne lingua
deven tremando muta. Li occhi

no l’ardiscon di guardare. Ella si va.
Sentendosi laudare, benignamente

da cielo in terra. Mostrasi.  Sì, piacente,
a chi la mira; che dà per li occhi

una dolcezza al core,
che ‘ntender non la può

chi no la trova;

e par che de la sua labbia si mova uno spirito
pien d’amore. 
Che va dicendo e sospira.

L’Immenso stentò a riconoscersi. Nel bagnoturco delle spie.