mayoor

Questo blog è il mio taccuino personale, lo uso infatti per appuntare poesie che poi modificherò immancabilmente. Quindi siete avvertiti: quel che leggete oggi domani potrebbe essere diverso, o non esserci affatto.

Apocalisse.

Fasulo

Come si sta nell’universo al mattino? Che si fa?
Il grigio tormento di un verso attraversa il cortile.
Inossidabile. Giace la rana sepolta dai diserbanti
le spire del vecchio serpente si rilasciano nell’acqua
tiepida di agosto. Il tempo precipita nelle cave
su Andromeda. Segnali di luce, mattini come perle
quando passa l’onda sui frammenti. E mancano
i volti.

Sillabazione mattiniera, nella compostezza
un po’ come aggiustarsi le vesti nell’ordinario
di una ramaglia sul bordo della statale. In confine.
Passeggiare lungo le strisce bianche per Vercelli
o Alessandria.

Un pianeta sconosciuto è sceso a curiosare sulla Terra.
Tanto vicino che la sua mancanza d’aria si è fatta sentire.
Un lampo simile allo spegnimento, al giornale chiuso
sull’ultima pagina. – Non conosco i nomi delle stelle.

Francesca dice “Buongiorno poeta”, qui è presto-tardi.
Sulle guance piccolissime gocce di sangue. Lamenti.
Un vento contrario scalfisce le strade per canali
nuovi corsi d’acqua. I Dominanti s’aggiustano
su poltrone riservate. Sulla scacchiera tante ruspe.

Da sobrio non saprei come cavare un grammo di lattice
stellare dal brefotrofio Divino. Forse una mangusta
amica, due paesani in gabbia. Non un chicco di grano.
Così s’accende il passato: una sterminata pietraia.
L’orizzonte in alto, sul finire delle stelle al tramonto.
Come bere un bicchiere d’acqua, frizzante e salata.
In piedi

sulle Birkenstock.

 

Devozione.

OshoDellaRosellina

“Osho della rosellina” – Ritratto da me eseguito nell’anno 2010

 

Il discepolo è un gatto. Per vederti meglio
guarda dall’altra parte. E intanto ti offre le spalle.
Non che sia sempre così, a volte il discepolo
si beve una birra. Egli non ama il Maestro perennemente
ma sempre se ne innamora.

 

Eros.

Eros si lascia carezzare. Nel viale alberato anche tra i sassi.
Una romantica passeggiata. Nuvolosa in fondo, tra le gambe
musica attutita da ricami: uliveti, seta notturna. Estate.

Poi si rifà lo stesso percorso ma la contrario. Ora ci sono altre
donne. Alate, sfuggenti. In fila indiana escono dalle porte degli
alberi. Ci vedono appena. Siamo stati disegnati in un punto

per fare da contraltare alla luna. Luna anche qui, in terra ferma.
– Benvenute!

Ragazzi di colore giocano a pallacanestro. Alcuni si muovono
come ballando, timidi e strafottenti. Quando passano le ninfe
smettono di giocare, ridono e guardano la luna.

Il fine ultimo dell’uomo è quello di poter assecondare l’impulso
che attraversa lo sguardo. Ho visto le ninfe passare
un istante fa. Quando volterò lo sguardo cesseranno di esistere.

Il principale assolto corse dalla sua amante; la quale,
mentre si mordeva le unghie, si ritrovò con una mano sul sedere.
Ti andrebbero un po’ di volgarità? Una carezza controverso
sul collo del cigno. Ho voglia di stringerti.
Fluttuazioni lunari.

L’anima del parcheggio è gonfia di vento.

Ferragosto.

Una ragazza legno di rosa
mattino nel mattino attraversa
il garbuglio dei motori.
Strade divisorie.
Ombre posate come carte.
Nissan Ford
e altre meraviglie.
Sole nato a picco quest’oggi
sulle mie scatolette cinesi.

Accettura (MT) 13 ago 2017

Mi piaci.

– Che freddo, Brrrrrr!
Batte il cuore. L’orologio rosso delle tue labbra
sa di cento candele al mirtillo.
– Stai venendo.
Il faro sul calesse della Donna di picche
eiacula in cielo.
Ho il tuo indirizzo: nero in mezzo.
Vai di sopra. Preparati nuda.
Ma fai finta di niente.

 

 

A Trino.

Dopo aver bevuto caffè di plastica, quelle quattro signore di età adeguata alla mia. Quelle mica da buttare.

Il primo elefante dell’Illinois si fece avanti minaccioso: «Potresti dire a tua sorella che l’amo?» S’arresta per il groppo in gola. E’ durante queste pause che si apre lo spazio tempo. Su quel muricciolo l’azzurro più bello che mai sia esistito.

Pomeriggio che non lascia scampo. Spira vento di metafora. Chi arrivasse a quest’ora da un lungo viaggio tarderebbe nell’aprirsi il cancello di casa:  l’albero di fico con quelle sue foglie grandi e rugose.

Così procede il racconto “uomo-d’oggi”: fisicamente vestito, intellettualmente circoscritto, insipiente alla vita. Dopo esserci mischiati il rosolio versato sulle dita, ed esserci leccati distrattamente come pagine di libro. E dopo esserci visti e guardati.