mayoor

Il ponte di nessuno.

Non ancora qui.

E’ polvere. Certi pensieri ne fanno. Alcuni
a metà del sonno, per una notte intrepidi.

Anche molesti. Una sottospecie di neutrini
prodotti da sfregamento di parti molli, o soffici.

Nebulose sul cuscino. Che non si affrancano
alle cose. Di quando eravamo orfani. E adesso

quel posto vuoto, che non ci sarà nemmeno più.
Trasparenti ma non come vento,  perché il vento

è vivo; mentre loro, i pensieri, sono morti
se non hanno da posarsi, e nemmeno

dove cadere. Dove ci fu un suono, dove i rumori
cessano… davanti alle porte chiuse, quando

tutte le cose sono al loro posto. In ordine.
Senza imprevisti. Senza che passi qualcuno.

E senza voce. Solo con le mani. Per folli quartieri
e strade in arrivo, non ancora qui.

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Nelle vicinanze.

Vuoi farti un nuovo giro, ragazza misteriosa?

Domani è un altro giorno. Una piacevole
sequenza di parole in attesa, sotto la pioggia.

Vuoi farti un giro, eh?

La rimessa. Quel capannone solitario in cima alla collina.
Salto nel vuoto. Forse nell’universo di una vocale

misteriosa. Il cane da guardia si strofina con la zampa.
Fine della metafisica.

Luce dona alle menti, pace infondi nei cuor!
Un attimo di respiro.

Il giro è appena cominciato e già i capelli
di Primavera, nel quadro, nonché sul comodino tibetano

tutta quella polvere. Ovunque in cerca di pensiero.
Ora giace il calcestruzzo – sempre allineato – sotto il tavolo.

E’ domenica. Il mare è tanto calmo. Fumo ancora sigarette.
Mi pento di ogni cosa. Ti lascio immaginare.

Marta.

Trabocca di vin brulè anche l’asfalto. Il freddo
nelle ossa dei bimbi è insopportabile.

Ma siamo sullo stesso tranvai. – Capodanno!
disse il conduttore. Siamo arrivati.

A quel punto, Marta e io ci levammo di torno.
Ciascuno nel proprio dormitorio. – Scrivimi…!

Cézanne.

Dentro spazi regolari, Cézanne inizia
la scansione del tempo.

Le parole suore avanzano serie. Quei colori
cosa vorrebbero dire?

L’incubo di una ricerca senza scampo.
Siamo alla fine di una storia. Ma non la conosco.

Mi chiamano Cézanne perché mi vogliono bene.
In realtà io dipingo solo mattonelle

frammenti di giudizio universale. Non conosco
l’imputato. A volte sono foglie, marine, fichi

di una pianta di mimose. Percezioni, lampi
di comprensione. Il mondo si attorciglia

selvatico nell’equilibrio. Il tempo cambia colore
quando passa da una dimensione all’altra.

A cento metri da dove mi trovo adesso
una muraglia di nero infinito.

Il locale resterà aperto “fino alle ventuno”.
Uno, due al bar. Poi se ne parte una motocicletta.

Scintilla il traffico in lontananza. Resta
una foresta di rumori acquatici.

Singhiozzi di una poesia scritta in rosso:

Ricordo le scale, il ballatoio.
Te non ti si vede.

C’è dell’acqua. Oltre il bicchiere un filare
di alberi in controluce.

Disegno l’abbozzo di uno sguardo tra le guance.
Mi portano un vassoio con prese della corrente.

Città sospesa. Navi nell’ombra.
Il quarto fiammifero. La buia notte dei mutanti.

Gate 1bassa

Gate 1 – Opera digitale. Milano 2011

Galline.

La poesia dell’ubriaco esce di nascosto
attraverso le tubature, va in strada e si perde

le stelle, le damigelle del governo freddo
che fu di Dio ma ora chissà. Anche un topo marcio,

un serpente di campagna, perché no una vipera…
Ma dove siete tutti? I poeti, uno dopo l’altro

cadono al tirassegno. Poi ricompare Montale
che per agilità non lo puoi prendere al primo colpo.

Pasolini in una sigaretta. Pavese troppo distante
a De Palchi che scrive al chiuso; ma gli scorre un fiume

e tutti noi pochi a guardare. Che ci sarà mai da vedere,
io che da un ponte su quel fiume buttai l’unico libro di poesia

di uno che mi stava sullo stomaco. Ben fatto!
Non si è poeti solo perché trasgressivi. Bisogna

averci un flauto tra le caviglie. Qualcosa che ti fa
tornare indietro. Contro tutti. Contro la ritirata

dove in guerra sono galline in allevamento. Famiglie
di lavanda e saponette. Finché muore il capo

e nessuna poesia d’amore gli verrà dedicata;
nemmeno quando i morti si siedono sul davanzale

della finestra; per prenderti in giro, tu e il mondo
deodorato dalle bugie.

Sempé.

Un ometto semplice, con la borsa della spesa in mano.
Traffico, è sempre quell’ora di punta.

Poco distante, nel tempo un afgano dimenticato
nel deserto in periodo di siccità.

Vedere gli altri morire di fame nella madre
che abbaglia la mente…