mayoor

Tanti capelli.

Vincent van Gogh.

Van Gogh dipinse i suoi ultimi uccellacci
e non si vide più un iris.

Eppure da quell’istante la sua guarigione
avrebbe potuto avere inizio.

«Il male come cura? No, Vincent non vuole».
Aveva Ingres per memoria.

«Qualsiasi cosa. Un posto da bidello». Accanto
alle parole che escono

capovolte. Davanti alla scolaresca.

Luglio non ha ombre. Tutto è come sembra.
E uno resta indietro. Respinto!

Solo le campane, qualche volta e per pochi minuti
«…fanno l’uovo».

Iniziano il mattino e fino a sera «Quei gialli…»
L’arancio nel blu.

A chiunque darebbe il marrone. Civetta.
E un sigaro.

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Remake.

«Tutti i poeti hanno la possibilità di misurare l’appeal delle proprie poesie
su Facebook o simili.»

«E’ un fatto che non va trascurato, perché oggi il referente sta in basso,
molto in basso.»

«Oltre questo non è rimasto nulla, solo matrimoni tra consanguinei.»

«Voglio dire, se qualcos’altro fosse rimasto lo si saprebbe, no?
O devo pensare che le cose migliori sono passate alla clandestinità,

e quelli rimasti in vista è perché sono babbei…».

La forza dirompente della verità. Musica per Sanremo. Il primo missile
sulla Luna non si scorda mai. Altrettanto.

Viene alla finestra il chiarore dell’alba. Pallido il divenire.
Nel preparare il caffè, l’arte dei Visigoti.

All’isola.

Le prime foglie a cadere sono quelle che disegnano
l’altopiano.

Con la mano sinistra, un groviglio di punti.
Atomi.

Come in piscina a ferragosto. I costumi gialli
ridotti a dieci, dodici.

Alcuni già un poco arancioni. Tra i mille celesti.
Le sembianze da sinistra a destra.

Chiudi gli occhi.
Papà con in mano  la mitragliatrice. Fa ancora ridere.

Pochi gli animali. Centinaia di libri, non si contano le musiche.
Qualche escursione in montagna.

Le quasi fidanzate, tutte le ombre disegnate, sfumate
e i segni neri, ben calcati.

Mentre tutto gira attorno. A volte una luce su frigo e televisione.
O sulle scale, quella che sempre ti ferma.

Mai una vignetta, un significato. Chè quelli si venderebbero
più facilmente.

Eppure sono colibrì, facce, ritratti. Cieli. Insomma,
da qualche parte ci sono. Ci sono stati.

Bisogna andare con la memoria ben in alto sul tempo.
Trovare il punto di una casa isolata,

dove abitano in ristrettezza, insieme al cane una coppia
di diamanti che per vivere

vorrebbero vendersi. Ma nessuno li compra.
A mezzogiorno, finito l’altro ieri

il vaso di marmellata, anche se ancora saltellano
tante parole

e le guance arrossiscono (che altro possono fare).
C’è da inviare l’IBAN.

Quanti gli zeri.

Compagni.

Sulle città batte lo scalpello di uno sventurato artista.
Dove prima c’era una strada nota a tutti, adesso molte altre

vi confondono. E voi respirate polvere, mangiate polvere…
Quando risalirete dal capolinea della nuova sotterranea

troverete uffici dentro uffici mai visti, hotel e negozi nuovi.
Dentro questi se ne sta dispersa la vostra casa. Chissà

dove si trovano adesso le vostre cose. Avete ancora lo scontrino
per poterle ritirare? E poi, dove le avete lasciate? Quanta confusione!

Gli amici non vi aspetteranno perché voi siete un loro ricordo.
Vi vogliono bene ma per loro siete come morti. Come Gramsci,

Pasolini, Berlinguer. Ve lo dico io, compagni, voi oggi siete qui:
in Piazza Orfini, angolo Maurizio Martina. Al quartiere Renzi.

Cari compagni democratici di sinistra. Ora insegnerete Marx
agli immigrati, o insegnerete il Vangelo? E’ pur sempre un lavoro.

E voi siete professionisti, sapete come si fa. Ricordate a memoria
tutte le date, il numero delle leggi, i cavilli della Magistratura…

Non resterete senza lavoro, voi.

Il momento favorevole.

Ti ringrazio. Non ne potevo più di questa mente.
Devastata. E’ ovvio. Momento di gran difficoltà.

Oltretutto specchiato a tradimento nei rombi del cristallo.
Povero imbecille. Mentale in deficit. Dettagli che ingannano.

Ombre reali, quelle che ci accompagnano sotto di noi
quando vogliamo credere all’inconscio degli altri

e con questo tentare il contatto. Un passo oltre l’illusione.

Un bicchiere di latte rovesciato sul tavolo. Noi due qui.
Nell’arcobaleno. Dal finestrino immagini senza verbo.

Ti guardano come rane; al tramonto. Perché ci sta.
Il momento è inutile. Le scarpe sono tolte.

Immaginiamo in Buddha all, stelle e frinire di grilli.
Entrare pattinando coi calzini. Mettere un fiore.

Restare in attesa. Bob Marley. Si dà per scontato.
E la gragnuola di perle sul pavimento. Felice.

Lo sbattere di una portiera. Un tempo si sarebbe detto:
il telefono dei vicini. Qualunque cosa, amore mio.

Aforismi.

Nello svincolo delle parole
dove la tela del ragno lascia passare la nostra infelicità
e quella degli altri.

Possiamo renderci invisibili,
pensare di non essere nati. Crederci pura energia.
Sfuggire ai moderni rilevatori intenzionali.

Come Gesù. Quasi Dio.
Il grado massimo della bontà. O nascosti dietro le sottane
di Maometto.

Nel rilevatore meccanico la proprietà privata
è al primo posto tra le barriere intoccabili. La madre, finché c’è.
Il padre finché comanda.

La posta elettronica
è controllata. Le parole fuori posto, quelle che ci rovinano.
Anche muri hanno orecchi.

Gesti incontrollati.
Per quelli scariche elettriche che tramortiscono.
Basta un’occhiata.

L’uomo e la donna infedeli
verranno cancellati dalla memoria. Gli altri premiati da matrimonio.
Schiavi per tutta la vita.

Gli amici dell’uomo
e le amiche delle donne. Buona volontà
e continue menzogne.

Il piacere di stare insieme
è ormai diventato obbligatorio. Il sesso un sotterfugio. Amore
sempre violento.

Tutti possono dire di noi
che siamo una bella coppia. Abbiamo anche figli,
alcuni in catene.

Siamo stati figli anche noi.
E’ obbligatorio essere figli, fare i figli. E’ naturale.
Anche gli animali.

L’odio mascherato,
le società miste ma fino a un certo punto. E’ normale
che ci si uccida.

Teniamo stretti in pugno
moltiplicatori energetici che devono funzionare
come elettrodomestici.

Centrifugare a meraviglia,
espellere le impurità, finire quando il lavoro è fatto.
Poi uscire dalla mente.

Le nostre tane
sono case e palazzi. Strade per scorribande
d’assalto.

Il tempo di arrivare, colpire con buoni affari.
Congiungerci stringendo mani in appositi tubolari
di luce spenta.

Liberi di sentirci infelici, scontenti.
Tentare entro certi limiti il suicidio; se non siamo al mare
con la famiglia.

In barca, a tu per tu con onde e vento,
o su una collina a mitragliare con lo sguardo ogni cosa
di qua dall’orizzonte.

Odio per vivere.
Onesta sopraffazione. Desiderio di morte
intorno.

Abbiamo smesso di strappare unghie,
mozzare lingue, scuoiarci vivi. Si fa prima a buttare
bombe.

A patto che non vengano usati gas,
armi batteriologiche. Ma ci arriveremo presto.
Distruggeremo il pianeta!

La Bibbia, un mare di sangue.
Dio, l’antico spazzino delle nevi; il primo sulla Luna, quello
che non c’è, non c’è mai stato.

E voglio vedere adesso
se non ci crolla in testa il soffitto. Se è vero
che possiamo sperare.

Un angelo sterminatore,
più bravo di noi, che ci sappia fare. Uno che arrivi da lontano,
da Mercurio o Plutone.

Sentirci trattati
come noi trattiamo i maiali, con qualche differenza di luce:
quelli per Natale e quelli di ogni giorno.

Ai poeti andrà tolta la lisca.
Ai preti l’ingessatura. Ai ragazzi ogni possibilità di fuga.
Alle donne l’uomo, all’uomo la vista.

Molta più logica da dare ai filosofi.
Correttivi qui e là. Come sugli altri pianeti, piano piano,
gradatamente. Quant’è bella verità.

Così parlano i martiri:
Gengis Khan, Napoleone, il mio vicino di casa, il medico,
l’oste, il piastrellista. E anche il cane.