mayoor

Dà gioia, poter pagare.

Una sola stella.

Aperta la bocchetta dell’aspiratore, un gioco da ragazzi.
Anche la canna dei fumi, è sistemata.

Luna a sinistra, in parte nascosta dall’aletta del cargo.
E’ una bella sera, se così si può dire. Restano pochi murphy.

Domattina le sentinelle si attiveranno, ne arriveranno altri.
L’esposizione al sole sveglierà le menti. Troveremo presto

un nuovo orizzonte. Il sopra e il sotto. Quindi anche il tempo.
Tra il neo sulla spalla e il seno. Pianeti sconosciuti. Distanze

incalcolabili.

[…]

Scrivere in una sera un intero libro di poesie.  Si può fare.
Come cantare per sempre la Marsigliese.

Prendersi a schiaffi davanti a un mazzo di mimose.
Robespierre in A2. Coppa gelato e Pastis.

Due rubicondi davanti all’altare della biancheria da sfilare.
Le gambe sotto il tavolino del bistrò. Le mani tue, le mie.

Astaroth, Belzebù. Con radice di gelso. Occhio brigante.
E durante, la saliva.

[…]

Freddo e malcapitato inverno. Epatite dei monchi.

Nel frantumato raccolto noi due, quale sia il braccio.
Quale nube di sospiri e tavole.

Vogliamoci bene. Togliamoci le cravatte. Spertichiamo
l’inverosimile. Chi sei tu, chi sono io.

I nostri cervelli hanno forma diversa. Anche le mani.
Gauloises e tintarella. Che ci stiamo a fare qui?

[…]

Teniamo compagnia a quest’uomo impaurito.
Ha le stringhe marce per quanto ha camminato

strascicando i piedi sul volume otto-negletti.
Abbandonati al loro destino, come si suol dire

quando le palpebre fanno da paralume: la corte
a sonagli aspetta solo che passi un rinoceronte

a travolgere le sembianze. Ahimè! Se tu non fossi qui
io neppure potrei esserci. All’origine del cartesiano.

Devo poter muovere un braccio.

[…]

Interrompiamo la spesa. Comunichiamo i nomi
dei vincitori del concorso “Ammazzete, una reliquia”.

Uomini al comando soffrono di vertigini. Così disse
l’avventuriero prima di svoltare l’angolo.

Uomini forti si compiacciono per ogni tacco a spillo,
piove marzo e batticinque.

Cinque. E’ sempre il momento.

[…]

Uno scheletro in pizzeria. L’avambraccio in bocca
allo squalo bianco.

Quattro involtini napoletani seduti al cloroformio:
– Chi di voi sa cosa fece Cagliostro ai debitori di spade,

prima che lo spartissero mari e fiumi da ogni parte?

[…]

L’anello del tuo fidanzamento con me. La scarpiera
dove tieni l’accendino. Il libro di tutte le fiabe.

Mi raccomando, la posta.

[…]

Il flauto di amici in partenza per boschi e valli d’or.
Diverse cucchiaiate di budino crema e caramello.

Senza dire mi-raccomando, ti voglio bene. L’abitino
di chiffon, tratto da un libro di scavatrici nascoste

nel basso fondo di promesse ancora da formulare.
Quel modo di sollevare lo sguardo in amicizia.

Come sulla vetta di una montagna, a un passo
dal niente che ci salva.

[…]

Approvati, ciascuno partirà per la propria atmosfera.
Ma collegati da pistilli trasparenti. Pensieri di lingua

mortale e follia. I senza-radici, le figlie del vento!
Ahi, come lacrime in Portofino. Sul ciglio della strada

scostarsi dalle guance. Ragnetto, muschio profumato.
Alloro. – Segui l’orma all’orizzonte.

Avvia il motore ancora freddo, all’ex discoteca.
Pronto a nuove superfici da percorrere. Fermo

in te stesso – Centro di rieducazione per schiave
superstar, trasferite nel tempo, da un secolo all’altro

degli squilibri di natura. – Elegiaco signor Pastrocchi,
deponga le sue scritture sulla sedia, all’ingresso!

[…]

Nè maschi né femmine. Neutrini, bambini. Ringraziamo
il giorno per essersi presentato puntuale.

Gioiscono e arrossiscono per ogni nonnulla che si mantenga
nella matematica degli eventi futuri a rapporto.

Nell’abitacolo scorre un fiume di comparse, a risalire
le braccia, ridiscendere e stare. Sebbene in nessun posto

siano ferme. Intorno è cielo di rondini e nubi sparse.
Vale la pena di lanciarsi in un grido – raro, di fenicottero

accanto a una festosa fontana. Sugli scalini. Paese di naviganti,
cresocespugli e vertici di aghiformi.

[…]

Vita è sollevare rifiuti dal dicastero delle perdite continue,
prima che sia troppo tardi, e uscire di senno al parking.

Scrollati di dosso i faraoni, senza più dinastie da mantenere
con fatica, ora senza ragione alcuna defluire.

Vivi, come per sempre innamorati di quel niente
che non si può dire.

[…]

Meglio fermarsi qui. Eravamo in stand by ormai
da diverso tempo. Fammi le condoglianze. E’ morto

l’anello mancante, l’idea partorita nel vagone dismesso
di uno spezzato piacersi. Come baciarsi tra sconosciuti

sul ballatoio. Tutti sposi. Riprendo il cappello,
trascrivo la marca sul registro. Diversi lasciti e il sospeso.

[…]

Le parole sono sempre sole. Parole e luce.
Non hanno forma e nella mente nemmeno suono.

Sono memorizzate nell’apparato costitutivo del corpo.
Cappuccette bianche, una simile all’altra.

Piacciono alla lingua dei mentitori, quelli che indossano
maschere da velieri nei loro teatri: l’extra-ordinaria vicenda

della ragione sconfitta da se medesima. In tutte le salse.

[…]

Di notte, una ventata di ore tre primaverili. Essenza di buio
in buio di luce gialla. Al tepor dei villici.

Come tra una guerra e l’altra deporre i nostri figli;
tra le azzurre scansie di un vetrofoglio pieno di coloranti.

Entrano continuamente parole future. Come a casa loro.
Una ragazza tiene stretta la piega del tovagliolo.

Altri si ubriacano. Così sono i poeti. I maestri del mondo.
Che lavorano gratis. Per maledizione divina. Per aver ripetuto

il suono di una stella irregolare. Forse perché viva
tra le morte. Una sola stella. Meno di un’abat-jour.

La chicca dei granelli che sempre davano spettacolo.

 

10 lezioni d’amore.

1.

Lei non sapeva cosa fossero le chicchere. Ne rideva.
Così, ci siamo conosciuti. Per un attimo non vidi

la bellissima donna. Dissi che avevo le caviglie arrossate,
per via del cane. Capisce? E’ una lunga storia.
.

Non parlare di sesso. Abbiamo ancora Aznavour.
Le tende di carta, l’inserto dei vicini a notte lunga. Piangono

dai tetti ma non si sa cosa. Le lavastoviglie. Abbiate
pazienza, non mancheranno al porto le moribonde.
.

Dormi? The Sound Of Silence. Sibila corallo le prime strofe
di mare aperto. Noi sottocoperta. Hai portato con te,

e com’erano belli Simon & Garfunkel. Il disco. Di fianco
all’armadio. Le armature, miele. Le ombre.

 

Buon Natale.

GioLin

Ben Hur.

Rispettoso e succube. Romanico
e moresco protagonista delle Spire di Lion

il portoghese, quello alto e snello in fotografia.
Quello a cui lei telefona tutte le sere.

.

– Hello!? Mon amour, la salvietta è stesa
ora tocca alle camicie.

– Per te. E gli pizzica una corda di chitarra.
Tre dolcezze dal salvadanaio dei ricordi.

.

E’ sera, qualcuno dice passando. Abbiamo
appena rivisto Ben Hur.

Aeroplani in picchiata.

Scrivi come un cardellino stonato
sul limitare del bosco.

Qualcosa che faccia pensare a Congardol
in bocca gelata di lavandino.

Parole ci si pettina, poi tutti in chiesa.

Nell’incenso la voce sette e trenta
di tutta la giornata.

Diecimila aeroplani in picchiata
ci vengono a prendere.

In fondo.

Liberati di questa cosa (il computer).
E di quest’altra (prepararsi una sigaretta).

Espandi, desertifica. Niente prima d’ora.
Continua a fischiettare l’usignolo. Sulla parete

azzurra. E tu hai le palpebre pesanti.
Quelle di uno scaricatore di sotterfugi, perseguitato

fin dalla nascita; ora parcheggia quest’osso levigato,
o almeno tenta. Nessun angelo in vista.

E’ l’ora rapida di un ventaglio.
Caccole, abuso di potere. In fondo

quanto vento in salita.