Lucio Mayoor Tosi

Questo blog è il mio taccuino personale, lo uso infatti per appuntare poesie che poi modificherò immancabilmente. Quindi siete avvertiti: quel che leggete oggi domani potrebbe essere diverso, o non esserci affatto.

Sono nato a Gussago, vicino a Brescia, il 4 marzo dell’anno 1954.  Dopo essermi diplomato all’Accademia di Brera sono entrato in pubblicità. Ne sono uscito nel 1990, quando sono diventato sannyasin, discepolo di Osho ( da qui il nome Mayoor: per esteso sw. Anand Mayoor = bliss peacock).  Ho quindi trascorso più di vent’anni facendo meditazione e sottoponendomi a ogni sorta di terapia psicanalitica: sulla nascita e l’infanzia, sul potere, sulle dipendenze affettive ecc. Di particolare importanza, per la realizzazione di Satori, sono stati alcuni ritiri zen dove ho potuto lavorare sui Koan (quesiti irrisolvibili).  Scrivo da sempre, ma con arte e continuità solo da quindici anni a questa parte. Per la gioia di chi pensa che ci siano in giro fin troppi libri di poesia, non ho ancora pubblicato un mio libro. Mi piacerebbe ma non ho fretta perché più mi sembra di capirne e più sto diventando esigente con me stesso. Tuttavia ho vinto anch’io un premio nazionale di poesia ( Marello, Torino 2010). Nel 2015 ero tra i sette finalisti al premio Opera prima di Poesia2.0, alcune mie poesie sono state pubblicate online su L’Ombra delle parole, La presenza di Érato e Poliscritture;  oltre che in alcune, poche, antologie, tra cui i Quaderni di Erato, Beneficio d’inventario (ed. Limina Mentis).
Nel 2016 dieci mie poesie sono state pubblicate nella raccolta “Come è finita la guerra di Troia non ricordo” a cura di Giorgio Linguaglossa. Ne sono contento, ci sono in Italia molti poeti che stimo, di ottima levatura. E’ un onore per me poterne far parte.
I miei maestri di poesia, i punti di riferimento, sono: tra gli italiani, Luigi Manzi per la limpida scrittura e la vertigine dei suoi ragionamenti, nonché per le emozioni che sa trasmettere; tra gli stranieri, da quando l’ho scoperto, non riesco a staccarmi da Tranströmer. Ma devo molto anche ai poeti Mario M. Gabriele, Steven Grieco, Gino Rago, Antonio Sagredo, lo stesso Giorgio Linguaglossa e altri,  per i contributi e la definizione critica della poesia per “frammenti” che ha dato origine a “LA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA“.
Il mio ringraziamento va anche al poeta Ennio Abate per avermi accompagnato quotidianamente in questi anni ricordandomi quanto sia importante l’etica per un poeta.
Leggere i loro libri e poterli seguire sulla rete mi è di grande aiuto.
Vivo da solo, in compagnia del mio gatto Pico, a Candia Lomellina, un piccolo paese a trenta minuti da Milano Porta Genova.

E-mail: luciotosi31@gmail.it


Commento critico di Giorgio Linguaglossa a una mia poesia:

RIPROPONGO QUI QUANTO AVEVO SCRITTO SULLA POESIA DI LUCIO MAYOOR TOSI: SUL FRAMMENTO
https://lombradelleparole.wordpress.com/2017/01/20/gino-rago-una-poesia-inedita-le-sonagliere-dei-mirti-vanno-verso-il-porto-con-due-commenti-di-chiara-catapano-e-mariella-colonna/comment-page-1/#comment-17546
Mi scrive Lucio Mayoor Tosi: «vedere come può stare un verso lanciato nel vuoto, senza una chiara ragione e soprattutto senza difese. Come un bengala nel buio, un verso nel futuro».

Lucio Mayoor Tosi è forse il più conseguente esecutore testamentario di una poesia del «frammento» nel duplice senso che il senso abita il «frammento» e nel senso della frammentarietà del «frammento» stesso. È il suo personalissimo contributo alla poetica del «senso del frammento» che oggi alcuni poeti tentano di perseguire. Il problema che affronta Mayoor Tosi è che oggi l’«oggetto» si dà in forma di «frammento», e quindi il «frammento» è la chiave per entrare dentro l’«oggetto». È questa la grande novità di questa poesia. Adottando questo punto di vista, cambia tutto, cambia la stessa cognizione del metro e del verso. Cambia la natura del metro e del verso. Saranno il metro e il versus che dovranno piegarsi (sintatticamente, semanticamente) alle esigenze del «frammento», che adesso acquista una posizione centrale.

C’è in Mayoor Tosi la consapevolezza che l’aforisma di Minima moralia che recita Das Ganze ist das Unwahre (“il tutto è il falso“) è il rovesciamento di un noto passo della Fenomenologia hegeliana.
“Il vero è il tutto [Das Wahre ist das Ganze]. La poetica del «frammento» è la risposta più evidente e forte che la poesia italiana oggi dà alla Crisi della poesia e alle ideologie dominanti: ha consapevolezza che la poesia del «frammento» è una poesia del negativo, della negatività assoluta che confuta il «falso» e il «vuoto» della «totalità» che abita la poesia della riproposizione metrica. Mayoor Tosi sospetta fortemente che l’unità metrica è un falso, e la mette da parte, spezza il parallelismo della poesia della riproposizione metrica, lo frantuma, lo svuota di senso, mette la dinamite sotto l’ideologia della riproposizione metrica, ne mostra l’interno vuoto e posticcio, elimina i passaggi, gli enjambement, i legamenti tra un verso e l’altro e procede per «vedere come può stare un verso lanciato nel vuoto». È l’utopia del verso isolato e scisso dal «tutto», che impersona l’utopia contro l’ideologia. Lucio Mayoor Tosi vuole una poesia «senza una chiara ragione e soprattutto senza difese. Come un bengala nel buio, un verso nel futuro».

Ecco i primi tre versi della poesia:

Scacchiera e blu elettrico sull’asteroide Pio XI°.
Pavimento di larghe piastrelle, chiaro, dove si balla.
Salirci è un attimo.

Qui è stato distrutto tutto, è stata dichiarata guerra ad ogni ipotesi di senso e di verosimiglianza che un concetto ideologico di poesia tardo novecentesca vorrebbe conculcarci. Qui siamo su di un «asteroide» con un «Pavimento di larghe piastrelle» «dove si balla». È incredibile con quanta naturalezza e facilità qui sia stata distrutta l’ideologia del senso della poesia della riproposizione metrica oggi dominante, «salirci è un attimo», scrive Mayoor Tosi.
Una proposizione di poetica chiara, forte, inequivoca.
Il «frammento» è concepito come particolare che esprime la negazione della totalità, l’espressione cioè di una totalità negativa. Il «frammento», dunque, non può essere che una micro totalità intensamente abitata dal negativo e dalla negazione. È una poesia che va dritta verso l’ignoto senza salvagente come un acrobata che volteggi senza rete di salvataggio.