mayoor

Questo blog è il mio taccuino personale, lo uso infatti per appuntare poesie che poi modificherò immancabilmente. Quindi siete avvertiti: quel che leggete oggi domani potrebbe essere diverso, o non esserci affatto.

Vivere senza malinconia.

E ridere per le follie del mondo. Sopra un divano
pieno di pulci, ridere. Perché a spedizione avvenuta

il nero si è mosso come un robot. Non ho tenuto conto
dei gingilli che governano la ragione.

Lili, come in una poesia di Mario M. Gabriele, si toglie
dal divano mostrando la carrozzeria fatta di gomma.
Da masticare.

La sua testa è piccola, pari alla distanza che intercorre
tra il mio naso e il mento. E’ venuta a trovarmi

perché l’ho chiamata.
E’ bellissima.

Appassito.

Ho dedicato metà della vita a descrivere l’altra metà.
Non ho vissuto due volte, mi sono solo disintegrato.

Dietro di me, nella scia invisibile trascino buona parte
del mare Mediterraneo (solo giorni di bel tempo

quelli secchi cadono da soli). Ma sono appassito.
Mi lecco la coda. Scambio figurine con persone mai viste.

Come ci conoscessimo da sempre.

Gli ospiti.

pp

L’odore del fieno si sparse nella sala, fin sulle scale.
Gli ospiti ben vestiti per l’occasione si avvicinarono
chi tenendosi per mano, chi continuando a leggere.

La fonte calda dell’ispirazione chiamò a raccolta
anche i cadaveri dei piccoli animali sparsi tra i cespugli.
Biancaneve si mise a correre. Attraversò porte e muri,

si sdraiò un poco sul fiume Sesia, poi ritornò felice
al suo cassetto, mandando baci. Addio. Gli ospiti, prima
si dileguarono, ma per un attimo, poi entrarono nei verbi

chi con gli occhiali da sole, chi come fosse me, nella mia bocca.
Il gusto dolce di soia drink alla vaniglia. Le termiti dell’aria.
Il caro prezzo della benzina sventolando.

Il cuneo.

– Ah! che piacere che piacere
dice questa mia voce nella testa.
Benvenute maledizioni!

Il carro funebre si sposta con lentezza esasperante.
Un cuneo di versi indica strade nuove da percorrere.
Voi che leggete non siete poeti – i “poeti” starebbero ancora al primo verso –
I “versi” sono, per la scolastica, il tabellario delle parole messe liberamente
in ordine. 
Se con cappello inclinato sembriamo ladri. O di ladre affascinanti.
Così è suddiviso il mondo in uno dei suoi tantissimi ripiegamenti. 

L’immagine del cuneo andrebbe spiegata:
la forma è data dalla pressione su una delle parti del triangolo
ad opera di una forza esterna.

Il poeta Gino Rago è un classico vero, visceralmente classico.
Squilli di tromba sul portello della gattaiola.
Ma dove fa male il cuneo?
La Cina che pressa sull’economia occidentale.

Con una freccia si collega al vuoto (morte) della disoccupazione.
Finestre di pesante smeriglio viste all’interno di una camera mortuaria.
Un lento pomeriggio. 
Dico la Cina ma è una dei tanti.

L’emozione sta nello stomaco come una pesante palla di cannone.
Cos’è il cuneo?
Non vedo l’ora di finire questa poesia. E mandarvi tutti affanculo!

Mentre Gino Rago medita e scrive all’ombra del Partenone
un altro poeta, il signor Mario M. Gabriele
osserva come un bambino attraverso la rete. Occhi taglienti, di serpente.
Sempre ho avuto per amici, ladri e borderline.
Questo mondo senza di noi finirebbe. Se non in campo di concentramento,
sicuramente in un immenso manicomio. Più grande di quel che è adesso.

Ma poesia mi fa dire baci.

Nell’ora d’aria.

L’illusione se ne va.

Scivola via dal vestito, cade in ginocchio.
Il verso breve, più del respiro, nel giorno e negli anni.
Non ha da dire.  Tutto verrà bruciato, dimenticato.
E tutto resta. Nella luce come negli affari.

*
L’opera d’arte invenduta.

Questo bimbo a chi lo do? A quale moglie o marito,
a quale impiego, a quale destinazione?
Nel suo moto a salire, il pensiero s’imbratta di metafore.
Dove troverò riparo?

*
Il cane rabbioso.

Annusa l’angolo destro, il sinistro è voltato di spalle.
C’è un sette sul tavolo, e non è il quarto.
Spesa anche l’ultima “i” di domattina. Nel gioco
delle parole scritte, finire a tappeto.

*
L’isola piena di vento.

*
L’arsenale delle reliquie.

*
Il giorno dopo.

*
E Buddha rispose:

*
Un guaio dopo l’altro.

Ligeti – Requiem.

Poche gocce di pioggia – ultimo pianto – qualcuno sta sussurrando.
Le vocali coprono distanze intergalattiche.

Atomi del bicchiere. Vibrazioni infinite. Incendio e cenere di stelle.
Solitudine senza luogo.

Come al cinema, tutti zitti i miei barattoli dei colori sul tavolo.
Al Concerto per silenzio e orchestra.

Polvere infaticabile. La resistenza dei colori. La pellicola del pavimento
e quel che non cambia. Ex confetture della Coop. Il bene oscuro.