mayoor

Questo blog è il mio taccuino personale, lo uso infatti per appuntare poesie che poi modificherò immancabilmente. Quindi siete avvertiti: quel che leggete oggi domani potrebbe essere diverso, o non esserci affatto.

Non un titolo.

I peggiori vizi vengono allo scoperto.
Natura sta reclamando i suoi diritti.

L’alfiere della pace è in ritirata.
Tra piazza Del bene e piazza Del male
tra di sé e con sé, voltare la carta col morto
in una radura di biancospini. Da togliersi
il cappello. E non esistere.

Tra le varie attività, quella del vizio
è la più vicina al sepolcro. Pura mancanza
in movimento che per non sentire
accelera il passo. Da qualche parte
vorrebbe andare a finire.

Un pianeta che abbia solo se stesso,
che dovrebbe fare se non scrollarsi di dosso
gli animali spazzini che lo vorrebbero
morto?

In nessun luogo, attraversando i giorni
e le notti, andarsi a schiantare.
Non c’è paura peggiore di quella
che riusciamo a estromettere con la vista
(l’uomo che stava dietro la porta a vetri
si è allontanato).

Ora col bisturi separo il bianco dell’albume
dal rosso sangue del pensiero suicida.
Trovo il cuore che batte. E soffio.

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Gregory Corso.

Già convertiti, da sposare.  Vuoi tu? Sì.
Scambiatevi. Insieme ciascuno sulla propria sdraio
una celeste l’altra vermiglia Spifferi di vuoto
nelle cornici. Drogarsi insieme.
Destinati al mare.

In ginocchio.

Insieme rivedere certe cantine.
Fame neraColore menta. Stile Sartorialist
fine corsa, nel sottosuolo di un’isola deserta.
Gocciola come piovesse.
Sulla riva. A un passo dal pianeta.
Di questo si parla spesso.

Mi segno la fronte.

Ci sono strane forme di tempo,
varie ricchezze. Se non lui gli africani.
Prima o poi ce la faranno pagare.
Siamo al momento  Senza rumori di clacson, l’orizzonte.
Prima di: casa collezioni baci. Prima di Casa l’Abate.
Viene da piangere.

E’ ancora senza rumori di clacson, l’orizzonte.

In Pizza 16 euro. Il gioco dei nuovi stilisti
è fare musica con riso venere. Molto meno di un secolo
ma si farà. Comunque è approssimativo. Meno di barche
sul fiume Ottocento. A pranzo il miracolo di un’anguilla.

Musica di San Pietro.

Il fazzoletto ricamato a mano. Sul fondo piatto
con gli occhi chiusi, ispirato. Sia fatto il cuoio.
Giudice, Giudice. Già vendute più di duecento
civette. Non ci resta che il ricordo. La coppa pulita
con il panno. Dire solennemente:
« Oggi tre auto. Qui non passa nessuno»

Guardando una domanda nell’aria.

Signor Sindaco: sul finire delle giaculatorie
non sarebbe meglio attendere nel vicolo? I concittadini
e Diablo Natale sono alle porte.
Nessuna Reginetta per passare la notte.

Rimetto le chiavi al loro posto.

 

 

Polsini.

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Annullato.

La scarpa bianca della sposa tra le mani di un pistolero messicano, nel film che chiameremo Le vie del vento. In commedia con John Wayne.

Chiusa l’immagine e messo il lucchetto, i rovi del film – quasi gli stessi che abbiamo qui, nella pianura Padana – un bel mattino si spostano nell’aula di Montecitorio.

Mettiamoci anche qualche topo vivo. Sicché i parlamentari sarebbero seduti a terra – dove è vietato fumare – . Discuterebbero della legge elettorale?

Il verso annullato sta piangendo da qualche parte. John Wayne scende da cavallo. Mentre la notte corre, appare una finestra. Siamo nella casa del bambino che viveva nascosto dentro lo scarico del gabinetto.

Sono sicuro che qualche parlamentare si sbottonerebbe subito i polsini della camicia, per dare una mano. In culo l’economia.

Divani del passato pieni di verbi.

Schermata 2017-10-08 alle 08.11.57

Ancora in mano la tazza dei partigiani.

L’impiccato e le ragazze.

A guerra finita
molti ragazzi innamorati
si dissero addio.

Senza oggi.

Il cane partorì mentre erano a spasso.

Il fantasma del grappolo d’uva.

A cena col vuoto incolmabile.

Morivo di fame prima che tu nascessi.

Qualcuno col gesso per le distanze.

Giorni contenti se arriva la morte.

La notte scorsa sta finendo.

L’intruso che si fece amare.

La spazzatura raccolta settimanalmente
a un passo dalla Svizzera.

Un calcio di neve.

Nell’università della salute un bistrò.

Il mandarino di legno.

Il rossetto valzer.

Dai vetri della casa in viaggio
il cartone delle insegne.

Il centrino della mensola
sulle fotografie.

Eterno e infinito.

Schermata 2017-10-05 alle 10.23.30

Tutto l’immaginario sul ballatoio.
Messo alla rinfusa. Davanti al tragico orizzonte.
Scendendo le scale si arriva al cortile
– di casa a ringhiera ristrutturata –
poi all’androne dove non si può uscire.
L’impedisce un portone di legno
alto fino al soffitto.
Sempre chiuso.
Eterno e infinito.
Eppure è soltanto una metafora, una meteorite.
Manca il sole, non si vedono uccelli in volo,
nessuna anima viva e nemmeno fantasmi.

I pensieri hanno occhi di luce bianca.
Spariscono quando compare la pupilla.
Mentre penso non posso (imbracciare il fucile).
Penso, quindi penso. E non so, quindi non so.
(Nessun fucile).

Ci sono parole nei libri che vivono clandestine,
in incognito. Merce sottobanco. Sottovoce.
Senza voce.
Si sa di loro che vivono in qualche giardino.
Ci si immagina una selva.
Trasparenti e muti filosofi. A che vale tanta fatica?
Chi sa di pensare 
può smettere in qualsiasi momento.
Tutti i pensieri hanno inizio e fine.
Quando la loro ultima parola se ne va
di solito lascia inudibile la coda di una vocale
che si allontana.

Dentro il motore del tempo
tra un secondo e l’altro c’è lo stare in eterno.
Non si ha bisogno di cibo e bevande,
non si teme l’inverno. Non si nasce
e nemmeno si muore una volta.
Eternità gioisce se mi preparo del tabacco.
La diverto, si diverte. Mi diverto.
Torno sul ballatoio, metto in ordine.
Guardo l’orizzonte e penso. Scrivo.

Sette rovine di paglia da allineare.
Soli nell’universo. Ricettacoli.
Cose mai scritte.

Non so, quindi non so.

Schermata 2017-10-02 alle 23.15.43

In marcia:

I.
L’automobile bianca trasporta tè bancha destinato alla
parte alta del teleschermo.

Vomito e tutto quell’acido.
Una spina di carta fin qui!

Bocche antichissime – grazie amor mio – emergono
aperte sul perimetro dell’ospizio.

Sospesa e indecisa, come per voler scegliere
su quale bianco depositare le scarpette,
Clelia s’aggiusta il colletto della camicetta azzurra.

In basso, inclinando ulteriormente il mento,
la camicetta sembra non finire.

Abisso, quale incanto!

II.

Scrittura sempre in discesa libera.

E’ come dipingere. Ma con le mani mozzate
da non poter riempire il vuoto del bianco…
(sulla tastiera servirebbero note musicali)

A destra, con almeno un’ingiuria.

Serve un verso lunghissimo per chiudere a coda di cavallo. Qualsiasi cosa, anche IL PRESIDENTE NAPOLITANO SALVO’ L’ITALIA DALLA MAFIA. E io che speravo andasse tutto in malora. Nel senso che solo così…

La Pop art non è mai esistit

a.

(poesia da rivedere)