mayoor

Con me, nell’universo!

Madagascar.

L’attore ha dimenticato la parte.
Il pubblico non sa di aspettare.
Nessun imbarazzo.
Le porte sono chiuse.
Silenzio.

Cascata delle Marmore.
Castel del Monte. L’Aquila,
centro storico.
Immagina: cavalli, elicotteri, auto di lusso.
Il tempo scorre (l’acqua di un fiume).
Il mattino arretra. La notte avanza.
Pomeriggio alle Hawaii.
Persone.

Vetro. Con fuori nulla.
Bagagliaio di automobile al rientro.
– In viaggio di nozze.
– I giovani ce la possono fare.

Il cucù. Le clessidre.
Misurazioni.
2018: rami con gemme.
Non viene sera. Verrà, verrà.

Ragazze all’entrata del Dancing.
Ah ah, zero in condotta!
Luci sul rinoceronte.

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C’è solo vita.

Uscito da una cipolla bionda.
Ma non è vero. Piazza, paese e niente.
Nel sacchetto i pot-pourri.
Le foglie morte appese al ramo.
Per sempre.

Dirti “che mai e poi mai”
ed è già l’ora della suoneria.
Come trovare un segnalibro dimenticato
tra due pagine.
Mattino. Che sia l’ultimo.

– Mai mi stancherò di te. Questo volevo dirti.
Sto tremando. E’ per il freddo. Non saprei dove andare
se tu non ci fossi.

[…]

In un centro di addestramento buddista.
Orizzonte senza terra all’infinito.
Cieli per solitudine.
Pane, cucina e un indirizzo.
Tutte le cose del mondo
mi vogliono.
Qui.

La verità è luce.

Tutte le cose del mondo.
Impossibile morire soli. Impossibile anche morire.
La fine non verrà.
Impossibile togliersi dal mondo.
Finisce una vicenda soltanto.
E nemmeno quella.

 

2015 – ’18.

Lo scrittore distratto chiude la porta.
Un giro di chiave e il mondo resta fuori.
Subito, davanti al computer gli accade una metafora.
“Le rane di Comacchio hanno disturbi all’udito”.

Manca la parte antecedente. Impossibile ritrovarla.
Ma ecco: Biennale di Venezia, arrivando dal viale
dei giardini pubblici; il fatto che tra te il mare
non ci sia mai nessuno.

– E’ così, siamo sempre soli se davanti al mare!
Poi, distrattamente riordina il letto e si prepara
per dormire. Di notte, le immagini diventano parole
e le parole immagini.

La paura frana davanti alla casa disabitata.
Manca la voce. Parlano i minuti. Come un deportato,
cammina e cammina.

 

Mare.

Gira su se stesso l’angolo
di una palazzina. Nelle pause dei telefoni
scorrono cifre interminabili.
Case ferme nel vicolo all’approdo
delle quattordici e trenta. Facce si rialzano.
Altre scendono in ascensore.
I volti reclusi negli oblò.

Nel silenzio dei soffitti
una mano misteriosa sta sistemando
l’intonaco con piastrelline di luce.
La goccia cristallina scende nella flebo.
All’ospedale dove nei vialetti
si cade facilmente. Foglie di primavera
e autunno.

Lei si sdraia accanto.
Lo guarda come stesse parlando.
Suggerisce un braccialetto.
Ogni tanto con le braccia conserte.
Ogni tanto non c’è.
il suono di una lampadina accesa.
Due note ripetute.

La strada va da una finestra all’altra:
con la sposa a braccetto,
la prima volta che ci addormentammo,
il tempo dimenticato all’abat-jour.
Il fiore gambo e sottana. Ombre attente
hanno volto e rugiada. Labbra.

Le ville in terra e gli appartamenti in cielo.
Il mare laggiù. E’ blu, nuvola rosa.

 

Sulla strada.

La miglior spazzatura si trova agli esempi
“allegare parola, agitare e smarrire: suggerimenti.
Autocondotto lungo strade dimesse, svincoli (…)”
Poi fermo al passaggio a livello.
– Scegliere tra dove, perché, se e quando.

– Dire la parola dire.
Sentire la pesantezza dei verbi all’infinito.
Fuggire dall’uomo che chiama di là dal foglio.
Essere
cortile grigio, dove si sono frantumate molte cose.
(Cosa: l’interrogata).

Nell’abitacolo,
il vecchio monaco buddista si tormenta il cranio
e i pochi capelli. E’ disperato.
Interviene il discepolo: 
« Non importa se piove,
ti accompagno io. 
Ho l’ombrello».

Inizia a piovere.
Sempre quell’esplosione imminente.

L’impressione di essere già stato qui.
Uomo in elegante maglione cashmere, le mani in tasca.
– Il pensiero che associava l’architettura moderna a Walt Disney
si disperde in molti rivoli.
Cose che si stanno rovesciando coprono 
le parole-zombie
sulla strada. 
«Siamo qui».
«Qui!». 

 

 

Temo la contaminazione linguistica. Temo i Vittorio Feltri della Repubblica.

Preferisco quel pupazzo di lana che dà pugni sul tavolo – come facevano un tempo le marionette – perché so che sta cercando di farmi ridere. Non ricordo il tempo che non mi accadeva.

Se il pupazzo fallirà tutti diranno che era un comico… Un comico, ci pensate?
Quanto tempo ci vorrà per vederlo in catene? Qualche mese, un anno?
Vediamo, metafora, dimmelo tu:

Il cane abbaiò nella stanza,
ubbidiente alla voce superiore dell’intelligenza
che gli mostrava cosa desiderare; sì, nient’altro che la sua attenzione.
Non è vero, Pippo?

Il Parlamento è fatto da rappresentanti delle varie ideologie.
Mai che lo dicessero una volta; che stanno mentendo per conto di qualcuno perché ne hanno convenienza. Il sistema democratico lo consente.

Non fu Hitler a dire: sarà una risata che vi seppellirà?
Perché lo so che i comunisti hanno fiuto e stanno pensando a questo.
Temono il peggio.

Questo però non può essere preso in considerazione da una macchina, per quanto capace e intelligente possa essere.
Si tratterà al massimo di una variabile. Ci sono pro e contro in percentuale.
Che gli resta da decidere a un politico parlamentare?

Non abbiamo chance. Abbiamo demandato ogni decisione all’esecutivo.
Serve qualcuno che sappia intervenire nella macchina. A fin di bene.