mayoor

Dà gioia, poter pagare.

Ma più su non vedo.

C’è una chiesetta  amor. Hai cambiato cioccolato?
Le reliquie Sanagola. Bamby.

Più su di questo non vedo. Un cervo solitario
a Bergamo alta, simbolo di nulla.

Aggiusta il colletto, mettigli le scarpe.
L’irrealtà ha le sue regole.

Boschi spessi come capelli dei morti.
Casa giardino autobus.

[…]

Guarda, non si vedono poeti volare.

Emoziona un verso quanto un filo di plastica.
Ma più su non vedo.

Voci scavano il terreno. Chilometri di panettoni.
Famiglie di sottogiacca, ricordi, corrispondenze.

Nessun legamento. Soli. Due lunepiene di seguito.

Nel mezzo faremo le prove: tu, quando uscivi
da scuola. Il sistema giuridico, le cose come stavano.

Vent’anni per sempre.

Europa.

Nel meraviglioso mondo del coronavirus.
Con Quentin Tarantino e madame Aska, o come si chiama.

Bisogna scovare tra dollari di parole argentate, quella giusta.
Tra gioia e massacro. Il senso di una sigaretta mal fatta.

«Veda, Colombo», riesce a dire «è solo questione di riprese
immaginarie». Nella mente scatta un meccanismo per cui.

«E d’improvviso il sangue torna a scorrere».

[…]

Lentamente si riveste, si leva dal divano una brava attrice,
un po’ fatta. Manca la piscina, ma è luna piena. Storta.

«Che ci mettono nell’Acquasanta delle chiese? Secoli di burro
al mandarino? Occhi di pernice. Che altro?»

«Vai, bussi, ma non è ancora il momento». Aspettiamo.
«Quanti secoli?»

[…]

Senso, vieni qui. Su, bello! Abbiamo casette da sfoltire,
televisori, libri con parole da non toccare.

Con super circonflessi al posto di vocali a segno.
Scarpette a punta, platinate.

E rovistando, vita in belletto, baci che non finiscono mai.
Passeggiate al chiaro di luna, i piedi nell’acqua.

Innamorati del lavoro. L’economia in pezzi.
Cose che in Germania si sognano.

Europa, una precisa boccata di fumo.
Una vecchia storia.

Ragazzini giocano a battersi le caviglie. Si azzoppano,
gridano: – Ehi.. ti arrendi? Ti arrendi?

Politica e zen.

La rissa democratica – quando viene l’estro, e parole dell’avvenire
s’incrociano per la via – è un latrare di cani al guinzaglio.

Qualcuno disse che per governare uno stato (a questo punto siamo
della storia) basterebbe un computer. Tutto funzionerebbe.

Clicchi e ricevi risposta. Da una macchina, quindi per nulla suscettibile,
sgombra da proprio tornaconto;

programmata per difendere anche le ranocchie negli stagni
… i bottoni nelle asole, la parola santo dove si drappeggia.

E ci si dà una mano – simpatica furberia tra regnanti di sé,
uniti sul globo da meraviglia. Da qui a non si sa dove.

[…]

Qualcosa c’è sempre, che non manca la paesaggio.
Di te, vale a dire tutta la storia che ti riguarda. E altre.

Non è concettuale, lo zen.
Pieghi una foglia, la odori, la rimetti sull’albero. Tra i fiori.

Condurre l’evento, che poi ci allontana.
Politica, zen: alba e tramonto di ideali. Persone da rispettare,

amare. Prendere scorciatoie, dire mi spiace nel miglior galateo.
«Sono senza revolver, mia moglie non vuole».

[…]

Con queste parole, il famoso presidente Giuseppe Conte
chiuse l’epoca moderna nella 24 ore. Aveva famiglia,

non abbastanza numerosa da progettare un impero.
Scelto da Hal 9000, primo della serie. Un presidente a tempo,

Poi molti altri. Come giocattoli: «E’ faticoso paradiso».
I frequenti dati dell’opposizione, raccolti per trasgredire alla norma

«Tempo 15 secondi, poi si risolve». Anche se è vero
che poi le cose si faranno come natura vuole, senza fretta.

C’è una strada davanti, ve ne sono molte.

 

(Da rivedere)

Una buona prosa.

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Ci va una buona prosa, non un saltabeccare cerimonioso
alla maniera dello Sputnik. Nemmeno la vanvera realista

delle parole una alla volta, come adesso col Covid,
a distanza di sicurezza, noi che eravamo siamesi.

Senza una prosa adeguata, sette giorni su sette,
l’oroscopo in politica e le staccionate, persi

a contemplare lo smartphone, si sa mai che Federico,
Camilla, come Robespierre ci portino all’assalto.

Paradiso dell’inferno, Stati Uniti d’America, Borussia
dortmund, tutti sulle valchirie a stracciare pinnacoli.

Ci va una prosa gentile, capace di farsi intendere.
Come lavare i piatti sulla torpediniera, dal macchinista,

uno che parla poco; un vichingo, un giocatore
di scacchi con la morte; marito di giovani e belle,

dalle quali avere figlie che sembrano bambolette,
e invece faranno il medico. Checché se ne dica,

un mondo ci aspetta, che ne sa di psicanalisi
quando si va per fare la spesa; dopo che saranno

morti biancaneve e i settenari, per una svista
sulla tastiera; come le grandi scoperte, per caso.

Uno lancia un messaggio, e al piano di sotto arriva
nel computer un’aeroplanino di carta – svizzera,

perché l’aggettivo ci va. Altrimenti chissà cosa pensa.
Mentre si danza, e nient’altro. “Domenica, alle Palme!”

Un rivolettto di fumo, un progettino d’anni al riformatorio
delle idee. Neanche sposarsi, scrivere ricette.

Finiamola con questa storia.

Finiamola con questa storia, che a Milano
poeti mediocri scrivano versi con aggettivi facili.

E che solo a Roma, perché piena di cinghiali
e gabbiani sul Tevere, lì soltanto ci si possa riposare

sugli allori, un giorno sì e una notte no; come conviene,
se si è poeti di avanspettacolo, entraîneuse e figli

di pettute buonedonne felliniane, assetati d’amore
peggio di Vaclav Fomič Nižinskij, il ballerino

che vedeva se stesso danzare mentre danzava.

Oh, sante sere ai Navigli! Che ne sanno a Roma
di pallottole e malavita? A Milano i poeti scrivono,

un tot a parola, ma mica li ammazzano, i poeti
a Milano. A Milano, su marciapiedi, fanno carriera.

Se fai carriera stai davanti a tutti. Donne e uomini
ti corrono dietro, con paroline perbene e, certo,

con aggettivi itec per ferrotubi della finanziaria
dove mammole sempre all’erta, culo stretto

e mamma non vuole, si trattano fra di loro
come vermigli su balconi al bagnasciuga. Altro che

sonnolente astrazioni al piè di porco e grappoli
d’uva, succosi versi e ballate oltre-ticinesi, a Varsavia

con amore; nel mentre che cascano dal divano,
e solo per raccogliere il fazzoletto!

Alle stelle.

Preso nel vortice. Nebbia. Onde del pensiero
in voce bizzarra, di nessuno alla porta. Eppure

si sta per morire. L’avevo detto, io. Perché ormai
qualunque cosa pensiate qui non arriva.

Che ne dite lassù? Oltre che farvi le unghie
grattando stelle; le scomparse in video compressi

a tempo zero; ma qui abbandonati, atomi della
lingua; comunicazioni in lunghezza variabile,

di un metro, due. A volte senza pensiero. Senza
zucchero terrestre, sale marino, vento strisciante…

Qui si pensa al Paradiso. Un poco sopra l’universo.
E sopra il Paradiso, oltre la vita eterna, sfere

di grammatica celestiale: pardon, mi scivoli dentro,
vado, vado! e si cena alle otto. La visuale di un cerchio

dove manca l’inizio ma ogni cosa giunge immobile,
a gran velocità. Già passato, ancora qui. E scomparso.

Bene, dopo aver fatto e detto tanto nulla, guardando oltre
la soffittatura di un dromedario; qual colore esotico,

l’odore del narghilè; dopo mezzogiorno; l’aceto balsamico,
due foglie di insalata filiera,

caffè e cherubini allo smalto per unghie; appunto,
per grattarci le stelle, ognuno gravido di disseccate

stalattiti, vite e matrimoni che non si possono contare;
allo sbando, prima e seconda maniera; era, yuga,

milioni di anni; spolverata vita; darsi un tono,
dire una musica, ballare un ragionamento; prendere

tempo; sul ponte più alto del mondo lasciarsi
volare, in poco meno di trenta metri,

nella memoria addolorata.
Và, pensiero!