A Trino.

di Lucio Mayoor Tosi

Dopo aver bevuto caffè di plastica, quelle quattro signore di età adeguata alla mia. Quelle mica da buttare.

Il primo elefante dell’Illinois si fece avanti minaccioso: «Potresti dire a tua sorella che l’amo?» S’arresta per il groppo in gola. E’ durante queste pause che si apre lo spazio tempo. Su quel muricciolo l’azzurro più bello che mai sia esistito.

Pomeriggio che non lascia scampo. Spira vento di metafora. Chi arrivasse a quest’ora da un lungo viaggio tarderebbe nell’aprirsi il cancello di casa:  l’albero di fico con quelle sue foglie grandi e rugose.

Così procede il racconto “uomo-d’oggi”: fisicamente vestito, intellettualmente circoscritto, insipiente alla vita. Dopo esserci mischiati il rosolio versato sulle dita, ed esserci leccati distrattamente come pagine di libro. E dopo esserci visti e guardati.

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