Tre Chiese.

di Lucio Mayoor Tosi

tre
I.
Qui non ci sono montagne. Nel buio cinematografico
le carnagioni risplendono disegnate, più scure del reale
più fascinose. Solo, nella luce gialla nuota piccolo Dio
pescechiaro, il senza porte e finestre, colui che accende
pensieri liquidi: infinita stanza d’affitto, piano terra.
Scenografia di giardinetti, non si contano i profili di luna
sui tabernacoli. Interi palazzi illuminati da candele.
Un grande silenzio segue la burrasca dei pensieri diurni!
Passi tra le onde degli alberi. Vibrazioni in sotterranea.
Ovunque numeri.
II.
Indossa grandi occhiali scuri, la montatura massiccia.
E’ sempre voltato di spalle, guarda sempre altrove.
La sua giacca beige da mezzo busto sfuma in basso
dove son trasparenti le cose che passano. Sulle ombre
cadono biglietti d’appunti: grafici, annotazioni di fisica.
Risposte. L’incenso nel vento si fa sentire alle tempie,
occhi naso e bocca fuoriescono muti. Verità severe
come alte finestre tra colonne, trasmettono marine
e scritte. E’ il suo turno, tossisce, si guarda le mani.
Le unghie.
III.
Il bacio sa di te. L’ho imparato a memoria. Possiamo
guardarci i profili. Restare assorti, come fossimo in coda
davanti a due uffici diversi. Ma non c’è nessuno davanti,
nessuno oltre noi. Il palazzo celeste in fondo al viale
indica il sottosuolo, il pianeta che avvertiamo sotto le scarpe.
Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.
Sssssh! Fai silenzio. Labbra sporte e borsetta sottobraccio.
Tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.
Poi siamo soli. Volta pagina. La tua voce nei pensieri
canta.

 

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