Mirò.

di Lucio Mayoor Tosi

Mir
La donna nel portico seduta
sfalda un vecchio maglione.
Ne ricava diversi gomitoli,
che 
serviranno poi, quando
coi ferri aggiusterà la maglia
per rifarla più bella di prima.
E’ il pomeriggio 
un’entità misteriosa,
amica di gatti, cesti di verdura
e galline appese con la testa infilata
nel cassetto 
del grande tavolo
da lavoro. Voci e sospiri.
Qualche pensiero 
svagato
nel tempo suo, qualche faccia
e molto sfondo, 
non come ritratto
ma come storia che si racconta.

Un bimbo di due anni
seduto su uno sgabello di legno
– che chissà quanti ne ha visti
di bambini prima di lui –
raccoglie uno a uno i fili di lana
che cascano dalla sottana
della madre intenta al suo lavoro.
Con un pezzo di filo
si fan le orecchie 
e il naso,
con quello più lungo un braccialetto.
La madre osserva, le vien da ridere:
mai visto
un bambino tanto quieto
come questo mio. Ma si trattiene,
non vuole interrompere
quel gioco con parole o baci
– 
che lui nemmeno gradirebbe – .
Ma ecco che il piccolo 
alza due fili
attorcigliati, due fili con la coda.
Ecco, mamma, 
questo è Mirò.

Un mazzo di chiavi
e qualche moneta in concerto.
Qualcuno di fretta vuol percorrere
distanze intergalattiche.
Mentre il viaggio va da sé,
negli atomi del bicchiere
una sfera di silenzio raccoglie
i riflessi di luce che arrivano
dal finestrino.
Sembra di stare tra le nubi,
in Germania. Lo si capisce
dal ferro che si respira. 

 

Annunci