Philip Dick non sa scrivere poesie.

di Lucio Mayoor Tosi

«Se ti fai da parte chiunque potrebbe entrare. E’ un gioco
da ragazzi»
Che entrino. Io, come in una svenevole commedia in bianco
e nero, mi tengo aggrappato al tronco di un giovane albero.
Il cielo, le nuvole dipinte sul grigio fondale. Una gran voglia
di martirio. Come volersi nascondere dalla morte.
La tirannia del governo terrestre non concede tregua.
Le scialuppe di salvataggio straripano di persone
supplicanti (…), mentre dovrebbero essere i ricchi del mondo
a supplicare dicendo: sono io ad avere bisogno di te!

Si chiude una finestra muta. Fa sorridere il pavimento, la posa
di tante mattonelle. Meditazione carceraria. Soli nell’universo
e tra le pareti di casa. L’uomo in camicia azzurra,
uscito dalla terra dei morti, come la chiamano in cielo,
si guarda attorno. Annusa il tempo. Dice che serviranno anni.
Intanto si è fatto biondo.
– S’intona con l’azzurro della camicia. Bisogna pure che io abbia
un aspetto se dobbiamo parlarci. Sei giù di morale, molto sulle tue…
E’ che sono costretto a credere nelle loro illusioni. Philip, ma
sei tu?

I due si abbracciano. Per un istante si dimenticano di stare
a 2.500 anni luce dalla costellazione Andromeda.
– Pare che oltre la stratosfera sia pieno di ragazze.
– Voi americani scherzate sempre. E’ quel che ci fan credere.
– I governi terresti sono inadeguati. Manca uno sguardo dall’alto.
– E che fa adesso Michelangelo?
– Scrive poesie. Dice che questo potrebbe essere il mestiere
del futuro.

(da rivedere)

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