Poesie brevi.

di Lucio Mayoor Tosi

penna-doca

Battendo le mani sulle ginocchia, vestito col camice
per ammalati terminali-che-non-lo-sanno, si alza.
– E’ così.
Mai stato meglio!
L’infermiera controlla le gocce della flebo
dà una pacca sull’ago ben inserito.

*

Nel vuoto con gli occhiali.
Guardando con sospetto
il giaccone appeso di fronte
giorni andati a male.
Come scendere in cantina
tra i sepolti vivi.

*

Il vecchio zio del sacerdote
spegne le candele elettriche.
Il nipote si è sposato, non vive più lì.
La gente del nord Europa
verrà per turismo a vedere
le impressionanti reliquie
dei Santi.

*

Arrotolando del tabacco:
– Ho in mente il ritratto di Emilio Salgari.
Offeso nel suo onore di scrittore. E penso ai poeti
sognatori che non credono alle favole. Parte I°.
Tra le lenzuola ruvide dell’ospedale e il frinire dei grilli.
L’estate finge un passo in avanti poi batte tacco e bastone.
Estrae due libri dal cappello a cilindro: Mompracem
o L’isola del tesoro? La sinistra.

*

Sopra un divano-letto abitato da segretarie.
– Vorrei dare al mondo una ragione per vivere.

*

Sono diventato ricco, mi accendo una sigaretta.
Tanto ricco da non aver bisogno di nulla.

*

Cielo immenso, stellato con gusto. Nuovo.
Una notte blu. – Decisamente fuori commercio.
Ma lei gli mostrò le spalle il collo, la pelle.
E lui passò dalla notte all’infinito. Quel che avrebbe detto
agli extraterrestri. Perché non siamo soli nell’universo.

*

Ho fitte alla testa.
Luce soffusa di un bosco capovolto.
Il pensiero di un coniglio.
Mi sto affezionando alla flebo.

*

Lei volse altrove
gli occhi grandi suoi neri.
E io fui accanto a mia madre.
Una signora blu.

*

Raccolgo una poesia caduta.
Il silenzio fischiò al passare del treno.
Il freddo apparire delle cose.

*

Facevo il piattello.

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