In treno.

di Lucio Mayoor Tosi

tremarronibassa

Ho visto il colore marrone brillare
in una giornata di pioggia, sui campi arati
della pianura Padana.
Combattimento acqua contro acqua
nel bicchiere… di cristallo sta cadendo
una canzone che mi aprì gli occhi
tanto tempo fa, nel bar di una caserma;
non vidi la gente e piansi come all’opera per Puccini
ma di un sentimento estremo cavernoso
a cui sempre bisogna dare un nome, un volto.
Finché, spinta dalla rabbia arrivò la bellezza:
gonna scozzese, capelli neri, occhi liberi, celesti.
Una larva sul pavimento assorbì la colpa cattolica
di voler scopare tra muri e pietre.
Non glielo dissi, ero molto giovane.

Nel contado marrone, contadini beige.

Il silenzio dei miei avi è finito nel televisore.
Rimane quella mente astuta nel far di conto.
Saper misurare le stagioni, giocare col tempo.
Lì, in quei campi arati, sicuramente abita
il Presidente della Repubblica.
Sul treno che mi portava a Torino ho visto
i dipinti scoloriti di un amico pittore. I toni
delle nebbie, il cuore in affanno di gravidanza.
E i colori marroni di un quadretto mio
racchiuso negli occhi come un francobollo.
(A volte è il cielo a farti chinare il capo
sulla terra che ti vuole).
Quando inizierà l’era dell’ozio
molti defunti si leveranno dalle tombe,
abbracceranno la nonna, batteranno le ossa
sui ginocchi, felici.
Il treno arrivò presuntuosamente in orario.
Camminando, un mazzo di rose legato alla schiena
orde di fotogrammi molte solitudini finché
mi lasciai andare, adulto, nell’improvvisazione.
Acqua finita.
La mente vorrebbe per sé l’ultimo verso
dopo quello stridulo del vagone che esce
dall’inquadratura.

Una mente devastata mi fa scrivere poesie.

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