Versi rossetti (didascalie).

di Lucio Mayoor Tosi

natasha

A fine mese
topi maligni e oneste ruberie.
Presto dimenticate.

Gesti di solidarietà
che mandano avanti.
Fuori tempo.

Bianche navicelle
come tanti capelli
di malattie.

Camion
lasciati al parcheggio
per l’eternità.

Casette con l’albero
cieli sospesi e niente nel mezzo.

Nel vicolo stellare
è sempre quel giorno.

Non è stagione d’accoppiamenti
dice Brucaliffo. Tutta la notte qui e là
chiedendo di te.

Voci diverse
spaiati endecasillabi.
Poesie con molto spazio
e spreco di lampadine.

A notte fonda
come davanti al camino, amici
uno su tre gli stessi a capo.

A volte immagino con timore
il poeta Milosz che mi fulmina
con lo sguardo.

Vivrei a Parigi.
In Italia sul terrazzo
di un comodino.

Mi complimento con lei
per i tanti capelli e la scollatura
cara signora Signora.

Le coup de fudre
scaturì dalla specchiera
in anticamera.

Se lo lasci dire
dal libro chiuso della conoscenza:
tocco e so.

Mezzanotte passata con largo anticipo.
Il serpente si trasforma in drago.

Versi sciamani
e tanti segnamenti davanti alle edicole
di Santi Poeti.

Scrivere al ritmo
rude ma cadenzato
del comò.

La bicicletta preferisce
i versi chiari del fiume.
Nelle giornate col cappello.
il suono dei corni
(avanza con la barca
il riflesso di luna).

Santa Maria piena di grazie.

Di ciliegie
bocca e berretto.

Scattano sulle molle curvi pensieri.
La stanza gira gira.

Nello zero assoluto
flettersi domenicale
di un verso fattorino.

(Nella borsa di un filosofo
ho trovato gli attrezzi per smontare
il nome di Dio un pezzo alla volta.
Per poi ricavarne un ente
che tutto sommato gli somiglia?
Più una scatola di biscotti
che san di nulla)

Ed è subito mezzanotte.

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