L’albergo spezzato.

di Lucio Mayoor Tosi

l’albergo spezzato non è una metafora:
la sua facciata è di creta, le braccia alate, come in croce.
Una voce lontana par che dica un nome,
gli altri ridono.
Nell’aria fugge l’anima di un coniglio arrostito.
Precipita il mezzogiorno – tutti sperano per il meglio –
Tra un accoppiamento e l’altro, Lui senza scarpe
entra nella borsetta della mamma che andava di fretta.
Una rondine in tasca.
Sì, tutto questo ha senso! Ora l’albergo spezzato
ha un petto, finalmente.
Vediamo che altro. Possibile che l’ora sia sempre la stessa?


Dieci poeti al piano terra, cento scale musicali.
S’apre il sipario:
Lui scende ciabattando, va direttamente al monitor,
c’insacca quel che resta dei sogni notturni.
Mette becchime alla gravità, s’accende una sigaretta.
Lui è il pezzo mancante.
Due braccialetti di Schoenberg.
Ancora sott’acqua:
– Avete parole?
Lui ne prende tre, le accosta ma gli viene da immaginare.
E non va bene. Meglio sentire una scheggia al piede,
suolo e sassolini smossi dai sandali; un cinguettar di cielo,
di rondini e ricordi compressi.
Cento metri in dieci centimetri.
Quasi un’istantanea.

 


Dieci poeti scriveranno per Lui. Il tema comune a tutti
sarà “l’albergo spezzato”.
Tre partiranno in avanscoperta.
Prenderanno le misure al giorno, annoteranno, conteranno
i propri giocattoli.
Mamma è fuori, il gusto salato dei morsi alla sua pelle.
Di quando li strattonava per portarli a scuola.
Altri divagheranno, metteranno le mani nelle parole,
perderanno tempo.
Chissà se mai arriveranno; se il loro sangue
scorrerà tra siepi di ligustro, lungo sentieri e sterrate.
Infiammeranno il paesaggio, saranno voci lontane,
di qualcuno.

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