Sei.

di Lucio Mayoor Tosi

peinture-chinoise

La casa del Sei è un disegno di finestre. La spirale
inizia dall’ammezzato; sale al primo piano, percorre
l’antibagno e scende in cucina: stile tirolese, con tendine
di juta leggera e arnesi di rame appesi come quadri.
Lui è di sopra. Si è appena alzato e sta defecando.
Lei – vestaglia bianca, ricamata, che le arriva
alle caviglie – è in giardino. Sta raccogliendo immagini.
Legge i complicati rami di un albero morto.
Esamina quel che ha di fronte, osserva i margini:
muri di varia altezza, ruderi senza ingresso e senza
prospettiva, incollati al profilo di montagne lontane;
cielo azzurro, piatto, senza nuvole. Pagina d’aria fresca,
estiva. E’ ancora presto.
Senza fermarsi, il disegno sale da sinistra
in esterno alla camera da letto (dentro è ombra
ancora calda. Lenzuola aggrovigliate e libri
sul pavimento). Il pennello scarica l’inchiostro rimasto
con un segno spuntato, graffiante ma leggero. Finché basta.
Quiete assordante di un giorno nato senz’alba.
Improvviso. Lei colta mentre ancora sta sognando.
Lui cerca di riprendersi annaspando tra i ricordi.
Affiorano volti. Due gardenie bianche. Guarda
un uccellino sul tetto della casa di fronte. Poi
chi dei due distolga lo sguardo per primo, non si sa.
Non è domenica, è giovedì.
– L’altro ieri ha piovuto. E’ stata una settimana d’inferno.
Abbiamo litigato tutto il tempo. Mi ha strappato una camicia.
– Non so cosa sei!
Nero su bianco, segno elegante, perfetto sumi-e.
– A volte litighiamo senza ragione, come piovesse.
La terra è piena di cadaveri. Ci cresce l’erba.

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