Duemila.

di Lucio Mayoor Tosi

Duemila:
parole non scritte
nella riserva indiana appese a un filo
su alte e invisibili pareti, sospese.
Caricature di bimbi anziani. Arrabbiati
offesi da troppi richiami dentro immagini
di morte.
Tempo di spirali impigliate, aggrovigliate
all’albero maestro. Unica antenna.
Bufera di sole. Risacca su milioni
di occhi. Ma niente: labbra cucite.
Agonia.
E’ la madre che ti veste, non il cielo.
O è la porta che si apre, non per dove
o perché?
Scendi le scale, scendi.
E’ un giorno bellissimo, pieno di paura.

Casse di strumenti musicali.
Anfore colme di sere venute male.
Dovunque fiori bianchi, gelsomini.
Morto
tra due tempi, due universi,
due gole ardenti.
Per gravitazione inversa
incollato al cielo tra le poche
anzi, l’uniche stelle.
Poi, a far rigirare i soffitti, arrivò
in una volta tutta l’arte. La Terra riprese
il suo valzer.
Prime a venire, già grandi
furono le erre. – Son ragazze, disse
l’uomo coi baffi. Così aggiungendo la effe.
Anzi due. Ma quelli suoi eran tempi
in cui si fingeva di guardare l’ora:

appositamente grigi. Subdoli. Al cuore
una palla da tennis, o un pallone visto
in TV. Primi sonetti di questa
tragedia da imbecilli.
Sigla:

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