Le Monde.

di Lucio Mayoor Tosi

mirinoBassa


Un albero per ogni soldato ucciso. 
Tre per le loro ragazze.
Martirio e brivido di foglie per le notti in terrazza
per il tavolo in cucina. Alba e lanterna dei giorni. Basteranno
al funerale dei boschi, delle spiagge e delle case distrutte?
Capovolto in un angolo parla silenziosamente il grado massimo
della delinquenza, il ministro degli invasori; buttata sul piatto la carne
di una scatoletta cingolata, senz’altro appetito nemmeno il cane.
Sui muri la deflagrazione dei comandi, l’arrivo di camionette
al vicolo deserto di una decisione: croce nel mirino del killer. Preghiera
di colpi e tracciati sulla pelle del cielo capitano, sullo spavento
che dilaga. Il cronometro dell’impresa indietreggia il tempo.
Sfavilla all’orizzonte del mare una stella nemica; intermittente
si sposta, ora morta ora ferita. Linea tratteggiata che s’avvicina.
Morte al microfono dei gatti in torretta. Corse di cadaveri in trincea
Lettere bucate e mani che scrivevano – Amico, nessuna decisione.
Polvere in frigorifero, signora McCarthy, signora Mohammed.
Mussolini in pelliccia escono dalle tane; abbiamo denti a colazione
femori da abbracciare, notti disperate sulle tenute in campagna
piscine divelte, autunni fuori stagione, inverni sul balcone: fiori
d’arancio e travi di letizia. Amplesso di ventri distaccati e catene
sottocoperta. Viali di sassi vomitati da cause ed effetto. Giusto
l’insegna rimane: un minimarket pieno di sugheri e finalmente
qualche castagna senz’acqua, seccata.  Pozze di champagne.
In mezzo al mondo senza sapere cos’altro fare il bambino dei Bianchi
scava una buca, finge di metterci una moneta e la ricopre. Monsieur
Le Monde si spacca la schiena.

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