Teresa.

di Lucio Mayoor Tosi

Oltre la stazione dei bus con filo da pesca disegna mappe naturali:
pensiero rivolto in Germania, verso grigie località di stazioni e neve
maleodorante. Trucco da viso per clown. Quanta povertà i limoni
giostrati dal ragazzo; i suoi occhi, il becco e qualche piuma di gallina.
Un due tre: sparita la moneta, sgroviglia i cerchi col tacco; saluta
e ripiega la piazza.

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Salendo col trenino, costeggiando infiniti cespugli e volando su gole
e dirupi, lentamente sguscia l’uovo una parola alla volta. Teresa
ci teneva tanto. Per lei, ancor giovane vedova, ogni passeggiata
era un lusso. Nel ripasso un maiale con pipa e cappello, tre donne
possenti – all’ Hobräuhaus trafelate e sorridenti; io col filo mimando
sull’indice un nodo scorsoio.

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Dileguate barriere di ferro e sul fianco cortili vetusti, guerra e poi
avventure – silenzio alle piazze e rumore in chiesa – torrente agitato
cannocchiale dei ponti. Vita di una lineetta al margine: Venezia
e il suo segnalibro; filosofia per cani ritrovati, con molte parentesi
andata e ritorno. Come sguardo mentre si fa la maglia.

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Toccare guance con carte da gioco. E’ questo pomeriggio scosceso
in soffitta una romanza sotterranea ai comizi delle star. Contatto
di gomito con ladri-per-vivere. Scombino, Teresa. Mi sa che non
inventerò un altro Natale: nei tuoi c’erano sorprese di paglia, nei miei
un silicone ai bordi. Eppure – senti? c’è amore. Una baraonda!

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