Big.

di Lucio Mayoor Tosi

Impronte caraibiche.

Aprendo il libro di una stamberga parole ripetute danzano.
Eppure siamo al funerale del vecchio che chiuse il cuore
e ne gettò la chiave, al sotterraneo -2, parcheggio di lettighe
tele cerate, sacchi di quel che resta: matrimoni, figli e partenze.

Al vernissage

Viene l’amica e guarda con calma le opere che trepidanti aspettano
sulle pareti dell’orfanotrofio, un forestiero che se le porti via. E speriamo
siano felici.

Il vecchio.

Il vecchio è da imboccare. Ricordi quando aprivano le balere
e calpestando la ghiaia entravi con gli amici, la ragazza scura
che ti guardava senza parlare e i palloncini della festa, uno sottobraccio
come per fare uno scherzo. E’ caraibico, dicevano gli amici, non farci caso.
Poi ti venivano a prendere e in un attimo sparivano le ombre dai muri.

Più tardi un pettirosso venne a cercarlo. L’edera dall’ombra rampicante
disse: non c’è.

Bisognerebbe porre rimedio ai detriti della fantasia, alle storie di curva
dei circuiti in disuso.  E’ che ci si affeziona. C’era musica. Ma poi
quando viene giorno e tutto sembra di adesso, si ha bisogno di ritrovare
l’angolo sporgente di fine settecento, l’ombra che fuoriesce dal portone
di un antico edificio, il riflesso di luce al secondo piano, sopra il dipinto
religioso – le mani congiunte e corrose della santa – la goccia che cade
una volta ogni cent’anni.

E’ lungo un decennio il corteo dei motociclisti. Bandierine della modernità
e notti scandite dal rumore delle caldaie. Un grosso libro con copertina
rigida e annerita, chiuso nel cassetto della Via Lattea.

Passeranno a riprenderci, vecchio. Riconosceranno fatti
della storia d’Italia, dentro la memoria meccanica dei loro portatili
di plastica rosa e grigia. Nelle cartelle qualche fontana e parecchi
monumenti. Cerca.

Il vecchio sta sillabando con parentesi, punti ed uguali, la sigla
del proprio viaggio: un semicerchio davvero perfetto, per la sua età.
Ogni tanto pensa all’erba, al quadrifoglio che regalerebbe ai nipoti.
Ha scorte d’ossigeno e luce solare a sufficienza.
Sulla vetrine l’immagine di una bella ragazza. Gate – 2: porte d’acciaio
pesantissime scorrono ad impulsi. Un bambino resta a guardare.
Le porte si aprono e chiudono.

Nelle ore di traffico stellare è vacanza a trazione lenta. Rosso stabile
e altre spie sui ricordi: bossa nova, caffè e piante esotiche.

In assenza di realtà.

L’universo all’incrocio dello spazio-tempo copre una vastissima area.
Pagina bianca e abisso sui tetti. Presto saremo in assenza di luce.
Nessuno potrà nascondersi. Il vecchio perderà vecchiaia e appetito.
Potrà sdraiarsi sulla riva del secolo e trasmettere le sue canzoni
alle comitive che camminando indietreggiano sui souvenir.

In assenza di realtà si alternano luci e ombre. Il sole di ieri non è
il sole di oggi e così anche le notti. Il sole vicino e quello lontano
formano le stagioni e gli anni. Tra caldo e freddo il cuore impara
a camminare.

Il merlo saltella sulle scarpe, il gatto riposa su cofano di una fuoriserie.
Venditori di stoffe e spezie vendono loro stessi, stoffe e spezie
non servono più. Le persone importanti sono sempre in tournée.

Se piove ricamo un verso, se non finito incontrerà la fame. Due cavalli
senza carrozza cavalcheranno allineati. Due musiche, due voci, due carezze
si daranno l’orecchino. Chi è solo, perché così ha voluto, si sentirà lontano
da tutto quel che ha.

Musiche non strumentali per gelsomini robot

e nuvole, molte nuvole, come voltando pagina la città salutasse
i protagonisti di un’appassionante storia a puntate. Ma già questa,
non finita, basta a provare nostalgia di appuntamenti e incontri:
il legno del bancone della birreria, la piazzetta dei molti locali all’ora
dell’aperitivo, i tetti delle case a ringhiera, il profilo delle Alpi a settembre.

E arrivederci.

L’incesto di una tragedia con la violenza di un pensiero di giustizia.
Ricchezza che offende e povertà che reclama. Quanta mancanza
e quanto è greve il rigetto. Radioattivita e menti deformi. Com’è falsa
tanta complicità. Come non siamo amici, nemmeno tra pochi.
Quei due. Io e te.

Atterrando.

Atterrando coi piedi nelle scarpe, leggero.
Ricevuto il pass in  data fine marzo.

Reggersi muovendo fianchi poco allenati. I primi passi
sul lungo lago.

Era prevista questa domenica. Quieta, la superficie dell’acqua.
Anatre, capelli, foglie e topi. Luce appena scartata di un giorno
ottocentesco. Una rimanenza. Si direbbe un giocattolo.

Con intatta trasparenza recitare il forestiero e, come tutti, scomparire
in meno di cento metri.  Ombra.

Dalle inferriate non arriva altra luce. S’avverte il respiro della nave
che si solleva. Ci si sente perduti.

Atomi.

Atomi e vino sulle ferite. Ebbra e dolorante per l’estasi ma composta
nel sole che s’avvicina e plasma crepe sul muro, l’anima – come la chiami tu –
sosta inutilmente e sorride alle rovine. Mezzogiorno.
Se previsto per il glicine funzionerà anche per l’altre materie che dormienti
ma riproduttive aspettano. Poi verranno le api.

Ma noi avremo occhiali da sera. La notte ci laverà gli occhi e saremo marinai: appuntamento con ragazze sotto svestite che s’abbottonano e provano
le borsette per farsi belle.

Al cimitero.

Sto qui, con l’elefante in testa, senza orizzonte
tra musiche ondeggianti, greche

ricoperto di pezze ornamentali a emettere versi siluranti
che non spaventano e nemmeno esplodono.

Dolcifico, rigiro il cucchiaino e ogni tanto
starnutisco.

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