Amici.

di Lucio Mayoor Tosi

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Tu mi piaci sempre di più. Più sei disperato e più mi piaci.
Mi restassero altri più, direi che la navicella che ti porta
somiglia alla carrozza della regina. Tu Bianconiglio, ed io
quel che dorme sulle nuvole dopo la catastrofe, dopo che
ce ne siamo morti. Non ti piace? Non ti andrebbe di vivere
in eterno: da quando premi l’invio a quando sparisce l’intero
sistema solare? Tu con il nome tuo scritto su un biglietto,
si sa mai incontrassi anche qui l’ennesimo inquisitore,
per dirgli che t’è rimasto un filo di luce appeso dove avevi
la spina dorsale. Quasi uno spillo. E poi bucargli il naso
che aveva.

Si può fare reggendo la valigia dei propri sentimenti
inventandosi una stazione con i binari che svoltano lontano
e qui il bus che non si muove: fermo, parcheggiato e vuoto.
Si più fare con un po’ di miele nel tabacco, col piombo
nelle tasche, uscendo dal camino come dall’inferno, senza
preavviso: un venditore di nulla, a un prezzo che non s’è
mai visto; metà subito, il resto quando altri vorranno, gatti
permettendo, e se c’è luce abbastanza negli occhi della
maîtresse. Ma poi via, indossando qualche libro, di quelli
sparsi sul pavimento. A te una gardenia, a me la macchia
son-io di quando rispondevo agli appelli (facce di merda!).

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