Utero in affitto (simil poesia).

di Lucio Mayoor Tosi

Non ne potevo più, già pochi giorni prima di nascere
progettai di uccidere mia madre.

Nella gabbia di pelle che mi conteneva avrei praticato
un foro, così da attirare

le ombre minacciose che sapevo mi aspettavano
all’esterno; che si sarebbero precipitate

per acciuffarmi; ma io sarei scappato attraverso l’uscita
che c’era e non c’era.

Dovevo solo scegliere il momento adatto, quello in cui
si sarebbe schiusa l’uscita;

poi sfondare le pareti in un punto e andarmene in fretta.
E sarei stato salvo.

Mio fratello, che è del 1950, fu allattato dalla Balia,
una conoscente che da poco

aveva partorito e aveva molto latte. Mia madre fu sempre
riconoscente alla Balia

tanto che divenne parte della nostra famiglia, come
una lontana parente

e mio fratello considerò sua figlia, la figlia della Balia,
come una sorella

perché si erano nutriti dello stesso latte. Per tutta la vita
si trattarono da complici.

Tutte le donne amano la maternità, alcune più di altre
e non si fanno problemi

per aiutarsi una con l’altra qualora ce ne sia bisogno.
Resta il fatto

che partorire è troppo doloroso. La scienza dovrebbe
mettersi al lavoro

per creare un utero artificiale, una macchina in grado
di stabilizzare il liquido

amniotico, che assicuri la crescita del feto e lo preservi
da ogni inconveniente.

Si potrebbe così arrivare a costruire un elettrodomestico:
un forno di cottura per neonati

da tenere in casa per tutto il tempo che serve. Tramite
un delicato sistema acustico

la madre potrebbe far sentire la propria voce al nascituro
e trasmettergli il suo amore.

Partorire è troppo doloroso. La scienza dovrebbe
trarre insegnamento

da queste madri generose, e mettersi al lavoro.

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