Kalì.

di Lucio Mayoor Tosi

images
Mi disse che la vita nelle carceri deve essere scomoda, ben al di sotto del più basso livello di chi sta fuori. Altrimenti ci verrebbero tutti, mi disse.
Ma io ciondolavo appeso alle mie idee, già nel futuro, stringendo nel pugno  il cartiglio delle mie condanne al recupero.
Avveniva nel bianco salone espositivo di una mostra dedicata alle spose insanguinate, idee per un mondo impoverito dalle certezze.
Il pachiderma passò sfrugugliando le sue sentenze, schiacciando il bianco delle cornee a chi lo guardava e mostrando
l’immenso suo fondoschiena, un baule di carta tricolore dove il bianco si perdeva, tra il rosso delle ferite e il verde militare.
Avevo creato una figurina povera, povera dalla nascita: Tamara Lopez, un nome da film Hollywoodiano sul Bronx
di Cinisello Balsamo; condannata per furto, recidiva, e per oltraggio alle forze dell’ordine. Tutto per una bottiglia di Deutz
che non era riuscita a vendere. La pena sarebbe stata piuttosto semplice: ogni mattina, fuori dal carcere
uno chauffeur con limousine l’avrebbe portata a fare compere lungo le vie del centro: per darle quel che desiderava, una specie di risarcimento.
Poteva fare acquisti, che poi, a sua insaputa, sarebbero stati restituiti. Pomeriggio in sauna,  con i serial killer.

Son trascorsi due anni. Non fosse arrivato quel pachiderma, oggi Tamara sarebbe fuori e vivrebbe col vitalizio
messo a disposizione dalle Belle Arti, che nel mio cartiglio avrebbero il compito di occuparsi di ogni cosa riguardi la bellezza.
Bellezza e ricchezza sono signorine dell’alta società, un po’ puttanelle, più volte divorziate, praticamente zitelle.
Ma non rubano, disse il pachiderma.
Bellezza forse no, ma che mi dite di Ricchezza? Quella, se le conviene, è disposta ad ammazzarvi!
A lasciar morire, disse lui. Non è reato, non è come una mancanza di soccorso. E poi dei ricchi si ha bisogno, se no
come farebbero i poveri a tirare avanti?
A questo non avevo pensato. Io sono un artista, mi occupo di quel che è bene. A far del male pensate voi.
Ho trascorso una notte in carcere. Non per avergli detto questo, ma per aver coltivato alcune piantine di marijuana sul balcone.
Mancava poco a Natale e volevo farne dei regali, per gli amici più cari. Ma l’avvocato mi proibì di dirlo.
Dì che le hai coltivate per uso personale. Sembrava che tutti sapessero la verità e quasi ne ridevano. Avran capito
che non sono uno spacciatore, pensai. Ho la fedina pulita, sono nato innocente. Scrivo ancora poesie,
ragni e formiche li porto fuori, anche se aprendo la finestra, per una che esce dieci ne entrano. Io non ammazzo.

Per niente facile.
Un tempo avevo cento braccia.

Annunci