Tr3 pannocchie.

di Lucio Mayoor Tosi

pannocchia

L’incontro è tra due pannocchie, una cresciuta in fretta, tremenda come Kalì danzante la morte, l’altra come sospinta da verdi serpenti prima che s’accendessero i fiori attorno.

Cantano della morte , una canzone in diagonale nel quadrato dell’orto.

La tazza del tè sospesa sugli alti palazzi della città lasciata in attesa dei treni.
Qui la rugiada, là il pianto. Qui l’azzurro cielo, là una notte che sbiadisce tremolando in standby.

In standby. In standby.

*
Sopra di me giace lo sceicco bianco del vuoto terrestre, del vuoto tra le particelle del corpo.

Guarda senza respirare, guarda e non muore.

Non fa rumore dondolando appagato sull’altalena. Il rumore non gli appartiene. Il rumore dei corpi, il rumore degli astri, quel rumore è il suo vento.

Pensare è guardare, guardare è pensare. Un raro cavaliere pensante. Un maestro di luci.

Il sonno è legato a un filo.

*
Prenderò il pesce dorato, il pesce per la coda.
Sei gatto tu? E quanto gatto sei?

Nel vicolo corri saltando le buche, tra case che sembrano modellini di legno e colla, sul corpo gigante della terra. Come torrette.

Lì, sotto il cappello a cilindro, vivono pesci dorati. Nell’acqua dei libri.

Come gatti e come pesci siamo. Quante buche hai sul tuo corpo gigante? Quante torrette hai tu?

Di là dal cancello, dove non vediamo, quanto verde c’è? Hai mai fatto il conto degli alberi sull’abito lungo della notte che ieri posava rivolta ad oriente, con quella luna rossa in testa, quella luna rosso dorata?

Sebbene fosse già la più bella tra le ultime notti (pare avesse il volto bianco di cera), di lei ricordiamo i folti capelli neri, sotto il cappello a cilindro. Nell’acqua dei libri.

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