Leggendo poesie di Anna Achmàtova. Lettera.

di Lucio Mayoor Tosi

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Comincio io: ti parlerò dell’amore se riesco a comprenderlo, per come lo vivo con te, ma potrei dire come lo vivrei con ogni donna se non ci fossi tu, così reale, la sola che adesso vorrei accanto. Lo spunto me lo dà Anna Achmàtova, con questa poesia:

Di sera

Sonava la musica nel giardino
con una tristezza così inesprimibile.
Spandevano un’acre e fresca fragranza di mare
su un piatto le ostriche in ghiaccio.

Egli mi disse: “Sono un amico fedele!”
e sfiorò la mia veste.
Quanto diverso da un abbraccio
è il tocco di queste mani.

Così si accarezzano le gatte o gli uccelli,
così si guardano le snelle amazzoni.
Solo un riso negli occhi suoi tranquilli
sotto il lieve oro delle ciglia.

 E le voci dei mesti violini
cantano dietro una nube di fumo:
“Ringrazia i cieli: per la prima volta
sei sola con l’amato”. 

1913

 

La scrittura dei poeti russi si stava ormai scollando dagli orpelli del simbolismo decadente, in quell’ “oro delle ciglia”, in quei “mesti violini…” forse se ne sente ancora l’eco, ma il resto è nuovo e moderno per il secolo novecento.

A proposito, vedi come tanti poeti s’avvalgono dell’intorno, delle figure d’architettura, come direbbe De Chirico, che per questo non sopportava la “pece” degli scuri seicenteschi? Già, io non ho prospettive, la mia visione è limitata, infantile, guardo ogni cosa tanto intensamente, che il resto scompare.

“… sei sola con l’amato”, scrive Achmàtova.
E’ vero, ci sono abbracci che somigliano alle carezze che si danno ai gatti, ma la poetessa va oltre ciò che già conosce, sa che la mente non fa che percorrere le stesse strade, non sarebbe poeta se non osasse l’ignoto. Così sono i nostri abbracci, ho pensato, non sono invadenti, rispettano la solitudine dell’incontro, la mia e la tua. Sono abbracci coraggiosi perché pieni d’attenzione, ogni volta diversi, come siamo diversi noi in ogni istante: sola con l’amato e solo con l’amata.

Ed ecco invece quali sono i pensieri del gatto:

Logoro tappetino

Logoro tappetino sotto l’icona,
nella camera fresca fa buio,
e folta l’edera verdecupa
ha ondulata la larga finestra

La descrizione continua finché:


Le dita  coperte di baci
ritroso nascondi nel fazzoletto.

E il cuore ha paura di battere,
tale è adesso la malinconia…
E nelle trecce arruffate si cela,
percettibile appena, un odor di tabacco.

1912

Quello che non sopporti, il tabacco! così che devo ogni volta inventarmi delle scuse per poterne fumare. Meglio così, grazie al divieto posso starmene solo senza che t’offendi.

Di quest’altra poesia salto la quartina dell’inizio, ma trascrivo il resto perché la descrizione mi piace davvero tanto:

Prati e campi in un regno subacqueo
e sciolti rigagnoli cantano, cantano,
sui rami gonfi le prugne scoppiano,
e le erbe distese marciscono.

Qui il simbolismo ha chiuso, quasi del tutto, i suoi battenti.


E attraverso una fitta reticella d’acqua
io vedo il tuo volto gentile,
il parco silente, il capanno cinese
e il terrazzino rotondo dinanzi alla casa.

1915

Beata lei eh? di cinese tu hai soltanto dei rumorosi vicini di casa. Dove abito io piove ogni giorno, per vedere dei fiori me li sono dovuti dipingere, e i rigagnoli fanno scure pozzanghere che ci devi stare attento quando passi. Però il tuo volto gentile lo vedo sempre: anche poco fa, mentre stendevo i panni sul terrazzino. Almeno mi pare perché, lo sai, due cose insieme non le so fare.

Poi, sempre lei, scriveva:


E con selvaggia freschezza, con vigore
mi soffiava in viso la felicità,
quasi l’amico diletto da secoli
salisse con me sul terrazzino d’ingresso.

 1940

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