Lombardia.

di Lucio Mayoor Tosi

Nell’architettura tra le finestre e il letto antico
di un mare che cambiò destinazione.
In questa desolazione fioriscono luoghi abitati
da umani confusi ma di buona volontà che si dan da fare
allo scopo di sopravvivere alle razze animali
perché scelti da dio come si sceglie un fagiolo secco.

aironi

L’architettura
scelta da un dio confuso ma di buona volontà
cambia destinazione di secolo in secolo creando migrazioni culturali:
da ciabattino a manager d’un tratto.
Rappresentanza numerica di una specie ch’era devota
ancor prima di sapere a cosa o per cosa.

Riponendo al cimitero
certe spoglie immemori come fossero di ciascuno
sospirando per la propria magnificenza in segreto numerico
come per rispetto a dio, che si tratti di un fagiolo
oppure del mare poco profondo che fu da queste parti,
mare che spirò evaporando nel dialetto degli aironi
ora in questa desolazione tra le finestre.

Sopra i marciapiedi o giù dai marciapiedi la storia di pianura va di tapparella in tapparella come in un libro di Salgari. Nell’esotico wireless lo scrittore si toglie gli stivali e li ripone in un video: un cartone animato per la Principessa ribelle che fuggirebbe con lo chef di un localino all’Isola se non avesse tanto sonno, e per l’indomani l’appuntamento con il personal trainer che fu della sua migliore amica e così via come in un rebus o nella jungla di Mompracem. Sopra i marciapiedi o giù dai marciapiedi l’esotico wireless animato dal sonno della migliore amica ripone gli stivali. E questa è la storia: un dio confuso e fagiolaio nello stormire delle foglie rincorre i cavalli da tiro del tramonto che sembrano botteghe per tappi di sughero, mentre di qua dalle Alpi la Principessa ribelle rincorrerà i saldi e poi dal parrucchiere come da Renzo ogni Lucia.

 Video:

da questo cesso di casa strapagata circondata da auto parcheggiate piene di scope di saggina wireless la Principessa ribelle cade alla velocità di un ascensore oltrepassando la serie di Chi l’ha visto e una fila poi l’altra di mattoni (ma non sarebbe questa la sua fine; anzi, perché le voglio bene e potendo scrivere quel che mi pare, trasecolo all’idea che mi possa morire qui).

Spk fuori campo:

(Non è abbastanza vero. Non ho confuso abbastanza)

Dovunque andremo a finire cadendo con questo ascensore fatto di scope di saggina, in questo bosco animato dal sonno, nell’esotico wireless di un localino all’Isola, nel tramonto della città sveglia delle botteghe disoccupate che stazionano sulle guglie e tutti quegli altri persi nel tempo sepolcrale, confuso e fagiolaio, sul letto antico di un mare ciabattino che cambiò destinazione per diventare questa Milano che fa singhiozzare di qua dalle Alpi, cadere sul tappetino dell’aiuola sotto casa tra le foglie che stormiscono disoccupate e questo lapis.

Perché dunque quei fiori sul dirupo di mattoni, quell’abbraccio di vento e tutte queste parole come foglie?

 Tuo Renzo.

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